ANSELM AUDLEY.
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ERESIA.
La saga di Aquasilva.
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Parte 2.
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Titolo originale: Heresy. 
Traduzione di: Annarita Guarnieri.
2003. Editrice Nord, MILANO.
ISBN 88-429-1241-7.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PARTE SECONDA: LA CITTADELLA.
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CAPITOLO NONO.
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Quando ripresi conoscenza, mi ritrovai in un simile stato di stordimento e di confusione da
faticare a capire chi e dove fossi, con la testa che sembrava imbottita di lana e gli occhi che non
vedevano assolutamente nulla, e la mia prima reazione fu di panico, all'idea di poter in qualche modo
essere diventato cieco.
A poco a poco, tuttavia capii che non ero diventato cieco, semplicemente ero immerso nel buio
più assoluto, nel quale la sola cosa che mi risultava evidente era di trovarmi su una manta. Grazie a una
fanciullezza trascorsa a bordo di navi a raggi e al recente mese di navigazione, riconobbi infatti
immediatamente il basso ronzio dei motori alimentati a legnofiamma. Ma a chi apparteneva quella
manta? Dove era diretta? E, soprattutto, in quale parte del suo scafo ero rinchiuso?
Al risveglio, mi ero trovato steso per terra supino, ma quando cercai di sollevarmi a sedere
scoprii di avere le mani legate davanti a me con qualcosa di ruvido e irritante; quel semplice
movimento mi causò lancinanti fitte di dolore, tali da darmi l'impressione di avere la testa spaccata in
due. D'un tratto, la camera in cui mi trovavo si fece afosa e soffocante, perché anche se per natura non
soffro di claustrofobia, quell'assoluta oscurità e la sensazione di essere rinchiusi erano quanto bastava
per rendere nervoso chiunque.
Intorno a me, si udiva di tanto in tanto qualche scricchiolio, i suoni consueti di una manta che
navigava in profondità, ma al di sotto di quel rumore di fondo sentivo anche qualcosa d'altro, che in un
primo momento non riuscii a identificare; quel suono non poteva infatti derivare dalla manta in
navigazione, perché era troppo regolare.
Dopo aver ascoltato con attenzione per qualche momento, compresi infine che si trattava di
qualcuno che stava respirando, segno che non ero solo nella stanza. D'istinto, provai a protendere il
collo e a girare la testa per vedere se riuscivo a scoprire chi e quanti altri erano lì con me, ma i miei
sforzi provocarono una nuova fitta di dolore che mi costrinse a sdraiarmi al suolo, dove cominciai a
sentirmi sempre più a disagio, a mano a mano che la mente mi si schiariva e che i crampi alle braccia
s'intensificavano.
Poi il respiro cambiò ritmo, facendosi più accelerato e irregolare, segno che la persona da cui
esso proveniva si stava svegliando. Possibile che fosse qualcuno che conoscevo? L'ultima cosa che
ricordavo era che mi trovavo in una strada di Taneth e che ero stato colpito alla testa... e già solo
rimettere insieme quei semplici pezzi dell'accaduto mi stava costando un notevole sforzo. Palatine... ma
certo, si trattava di lei! Quando ci avevano teso l'agguato, ero stato in sua compagnia. Possibile che
adesso fosse lei a giacere lì, a una distanza da me che mi era impossibile quantificare? Egoisticamente,
mi augurai che fosse così, perché la prospettiva di essere confinato nell'oscurità più totale con uno o più
sconosciuti, anche se legati come me, non era delle più rincuoranti.
Le mie preoccupazioni erano peraltro infondate, come rivelò di lì a poco un'imprecazione
soffocata, proveniente da un punto sulla mia sinistra e pronunciata da una voce che conoscevo bene.
«Dove sono?» esclamò poi la voce. «Questo posto è più nero del cuore di Ragnar!»
«Chi è Ragnar?» domandai.
«Chi è là?» gridò Palatine. «Ah, sei tu» aggiunse, poi, con un gemito da cui dedussi che doveva
avere appena fatto la mia stessa scoperta, e cioè di essere stata colpita alla testa da qualcosa di molto
duro e solido. «Non ho la minima idea di chi sia Ragnar. Sai dove ci troviamo?»
Lì, nel buio, sentendola senza vederla, mi resi d'un tratto conto che lei parlava l'Arcipelaghiano,
la lingua comune, con una strana accentazione che non avevo mai sentito prima.
«Su una manta, in immersione» risposi. «A parte questo, non ne so più di te.»
«Non mi piace che mi si colpisca sulla testa» dichiarò lei, un'affermazione inutile e abbastanza
ovvia, almeno a mio parere. «Qualcuno mi deve una spiegazione.»
«Dubito che chi ci ha rinchiusi qui, chiunque sia, possa essere una persona propensa a scusarsi»
commentai.
Nonostante il mio tono baldanzoso, ero spaventato, quasi quanto lo ero stato quando mi ero
trovato faccia a faccia con i pirati in armatura nera nel corridoio della Paklé, solo che adesso la
situazione era anche peggiore, perché ero impotente e non avevo la minima idea di dove mi trovassi.
«Chi pensi sia stato?» domandò Palatine. La sua voce suonò abbastanza calma, ma in essa si
avvertiva un lieve tremito da cui dedussi che doveva essere spaventata quanto me.
«Chi ci ha chiusi qui, vuoi dire? Il Dominio, oppure Lord Foryth... sono gli unici a cui riesco a
pensare, a meno che non si tratti di un nemico tuo o di Hamilcar. Naturalmente, parto dal presupposto
che non ci troviamo in mani amiche.»
«Hamilcar ha molti nemici, incluso Lord Foryth. Ma per quale motivo Lord Foryth ce l'ha con
te?» replicò Palatine, poi mi ascoltò in silenzio mentre le spiegavo quello che era successo al Palazzo.
«Se il responsabile è lui, allora ci hanno catturati per reggere il gioco a qualcun altro. Non
potrebbe trattarsi del Dominio?»
In risposta, le raccontai tutto ciò che osavo riferire dell'incidente con Etlae, Ravenna e i loro
marinai in armatura nera, chiedendomi al tempo stesso come facesse a rimanere tanto lucida e analitica
in una situazione del genere. Quanto a me, finché Palatine non si era svegliata ero stato prossimo al
panico, mentre adesso, per qualche strano motivo, mi sentivo rassicurato.
«Se sono stati loro a rapirci, allora non dovrebbe succederci nulla di male» osservò, alla fine.
«Credo di no. Ma perché rapirci nelle strade di Taneth, legarci e gettarci in una stiva buia?
Dopo tutto, mi stavano aspettando, e io sarei andato con loro comunque.»
«Se però ci hanno catturati a causa tua, secondo me non corriamo rischi. Tuo padre è un conte,
che gode dell'attenzione del re di Oceanus, e non credo proprio che Foryth rischierebbe tanto al solo
scopo di vendicarsi di qualcuno che lo ha offeso, senza contare che non si è neppure trattato di te, ma di
Courtières.»
Invece di rassicurarmi ulteriormente, quel ragionamento mi fece affiorare nella mente un'altra
spaventosa possibilità, che spazzò via del tutto la calma superficiale che Palatine era riuscita a
ispirarmi.
«Mio padre si aspettava che partissi oggi... se la giornata non è ancora passata... e non
prevedeva di rivedermi prima di un anno. Se ne è venuto a conoscenza, Foryth potrebbe averci rapiti lo
stesso, con la consapevolezza di poter fare di noi tutto quello che voleva perché mio padre mi avrebbe
invece creduto nell'Arcipelago. Fra un anno, quando lui non mi avesse visto tornare, la pista sarebbe
ormai stata troppo fredda e Foryth avrebbe potuto ritenersi al sicuro da qualsiasi indagine.»
«Gli ostaggi morti non servono a nulla, Cathan. Fidati di me, nessuno ci butterà fuoribordo.»
«Come fai a esserne certa?» domandai, stupefatto dalla sicurezza di sé che lei stava
dimostrando.
«Vivo sempre di certezze» rispose Palatine, con semplicità. «O almeno per la maggior parte del
tempo.»
Io trattenni a fatica una risata, perché quell'affermazione, "vivo sempre di certezze", riassumeva
la natura di Palatine: anche trovandosi straniera e prigioniera in quella che era, per lei, una terra
sconosciuta, non perdeva un atomo della sua sicurezza di sé. Non sapevo se quella caratteristica fosse
un tratto proprio della sua personalità, o se fosse stata addestrata... ma, supponendo che fosse valida la
seconda ipotesi, perché mai era stata sottoposta a un simile addestramento? Non era un'assassina, di
questo ne ero certo, quindi forse era una governante, ma di dove? Non c'erano donne che governassero,
perché questa era una cosa a cui il Dominio era fanaticamente contrario.
«Cosa sai di queste controversie interne al Dominio?» mi chiese, dopo un momento.
Per alcuni minuti, quanti non avrei saputo dirlo, le esposi tutto quello che sapevo del Dominio,
di Etlae e di Lachazzar, perché in quella situazione parlare era per me una distrazione molto gradita,
decisamente preferibile al giacere nell'oscurità chiedendomi cosa ne sarebbe stato di me.
Ero ormai arrivato a esaurire tutto quello che sapevo, e stavo cominciando a ripetermi, quando
fui interrotto da un colpo secco e da alcuni scricchiolii che provenivano da un punto esterno alla stanza,
prodotti da persone che si muovevano e non dalla navigazione della manta.
Un momento dopo ci fu un'altra serie di scricchiolii, più vicini, poi avvertii una folata di aria
fresca, unita alla sensazione della presenza di qualcun altro nella stanza.
L'oscurità continuò però a essere assoluta, e questo m'indusse a chiedermi perché tutte le luci
fossero state spente.
Chi era entrato nella stanza, chiunque fosse, incombette su di me, la sua presenza nitidamente
percepibile, e io mi irrigidii, aspettandomi nell'arco dei prossimi secondi il temuto contatto con una
lama di coltello.
Il coltello in effetti risultò esserci, ma non spillò il sangue di nessuno. La figura che lo
impugnava recise con un gesto deciso le corde che mi legavano i polsi, poi si avvicinò a Palatine per
fare lo stesso, mentre io abbassavo con sollievo le braccia intorpidite, e subito dopo sussultavo di
dolore nel sentire il pungente formicolio del sangue che riprendeva a circolare.
Il sentore di profumo mi arrivò alle narici nel momento stesso in cui Ravenna si chinò su di me
per sussurrarmi all'orecchio.
«Neppure una parola di ringraziamento da parte tua, Cathan?» domandò.
«Ringraziamento?» ripetei, seccato. «Per avermi colpito alla testa, legato e gettato in una stiva
buia, senza darmi il minimo modo di capire chi mi avesse prelevato?»
«È questa tutta la gratitudine che ottengo? Davvero poco generoso da parte tua. Ora ti benderò
gli occhi, perché dopo tanto tempo trascorso al buio hanno bisogno di abituarsi gradatamente alla luce.
A proposito, puoi anche alzarti.»
Nel parlare, Ravenna mi passò un pezzo di stoffa sugli occhi e lo annodò dietro la nuca. Mentre
lei si avvicinava a Palatine, io mi sentii sopraffare da una grande ondata di sollievo, lieto che i miei
timori si fossero rivelati infondati, anche se ero al tempo stesso irritato e curioso di sapere perché ero
stato trattato in quel modo.
D'impulso, mi issai in piedi, ma il mio primo tentativo di alzarmi venne stroncato sul nascere da
un'ondata di vertigine e di dolore, che mi fece accasciare di nuovo al suolo.
«Non sei forte quanto tua sorella, vero?» commentò Ravenna, in tono beffardo.
«Temo che tu ti stia sbagliando» intervenne Palatine. «Io non sono sua sorella.»
«Eppure vi somigliate molto.»
«Come puoi dirlo, qui al buio?» obiettò Palatine. «Non puoi neppure vedermi.»
«Anche se non ti avessi già vista a Taneth, come credi che avrei potuto liberarvi se non ci
vedessi qui dentro?» ribatté Ravenna, con una risata repressa nella voce.
Nel frattempo io feci un secondo tentativo per alzarmi, e questa volta ci riuscii, con l'aiuto di
Ravenna; quando però cercai di muovermi senza il suo supporto, incespicai e fui costretto a ingoiare il
mio orgoglio e ad appoggiarmi al suo braccio... un'esperienza non del tutto spiacevole, se non avessi
avuto la testa che girava tanto. Evidentemente, Palatine doveva avere una testa più dura della mia, dato
che riuscì a camminare senza bisogno di aiuto.
«Prendi la mia mano, non-cugina» le disse Ravenna, «altrimenti andrai a sbattere contro un
muro.»
«Mi chiamo Palatine.»
«Palatine?» ripeté Ravenna, mentre procedeva con lentezza, trascinando con sé entrambi. «È
un nome insolito, ma che sono sicura di aver già sentito. Chi te lo ha dato?»
«Non riesco a ricordarlo» replicò Palatine, con una nota di frustrazione che, per la prima volta,
le faceva capolino nella voce.
«A quanto pare oggi sono circondata da stolti e da incompetenti» dichiarò Ravenna, un
commento di cui mi sfuggì il senso. Certo, Palatine era un nome insolito, ma lo stesso si poteva dire
anche di Cathan... o di Ravenna.
La porta doveva essere piuttosto stretta, dato che ci dovemmo girare di fianco per riuscire a
oltrepassarla; una volta nella stanza successiva, che dava l'impressione di essere più grande, Ravenna
mi guidò ancora per qualche altro passo, quindi mi fece sedere su quella che sembrava essere una
panca.
Poi i miei occhi, per quanto bendati, furono abbagliati da un'improvvisa esplosione di luce.
Per qualche tempo non mi permisero ancora di togliermi la benda, e nel frattempo un guaritore
mi curò la lacerazione alla testa, mi diede da bere un medicinale dal sapore orribile e mi lavò i capelli
dal sangue; quando rimosse infine la benda, mi puntò una luce sugli occhi e annuì con aria soddisfatta.
«Ti rimetterai, a parte il livido che ti rimarrà per qualche giorno» sentenziò.
Ero seduto nella cabina ammiraglia di una manta, che intuii essere molto più grande della
Paklé. Disposta su un lato della manta, la cabina era spaziosa e ben illuminata, con il pavimento
coperto da stuoie decorate e arredata in modo elegante con un tavolo, numerose sedie dall'aria molto
comoda, alcune librerie e quadri appesi alle pareti. Oltre al guaritore, a Palatine e a Ravenna, nella
stanza c'era soltanto un'altra persona, un uomo di mezz'età.
«Cathan, Palatine, benvenuti a bordo della Stella d'Ombra» disse quest'ultimo. «Io sono
Ukmadorian, Prevosto della Cittadella dell'Ombra.» La sua voce, languida e precisa, mi permise di
riconoscere in lui l'uomo che aveva accompagnato Etlae e Ravenna a bordo della Paklé; la sua barba
castana era striata di grigio e piuttosto lunga, secondo lo stile degli Halettiti; dopo qualche momento,
mi resi conto che questo dipendeva dal fatto
che lui era un Halettita.
«Non ho nessun rapporto di sudditanza con l'Impero Halettita» precisò Ukmadorian, che doveva
aver notato la mia sorpresa. «Ho trascorso nell'Arcipelago gli ultimi diciassette anni della mia vita.»
«Quello dell'Ombra non è uno dei culti proibiti?» domandò Palatine, che aveva assunto una
strana espressione, come se fosse stata assorta in qualche pensiero.
«Sì, lo è. Mi sembri preoccupata» replicò Ukmadorian.
Palatine scosse il capo con evidente frustrazione, giocherellando nervosamente con una matita.
«Mi dispiace, dipende dal fatto che non so chi sono o da dove vengo.» Quanto a me, mi ci volle
tutto il tempo che loro impiegarono a scambiarsi quelle parole per arrivare a capire il senso di quello
che Ukmadorian aveva appena detto. Se lui era un seguace dell'Ombra... d'un tratto ricordai ciò che mia
madre mi aveva confidato, poco prima che lasciassi Lepidor.
«Voi non appartenete al Dominio. Siete eretici!» esclamai.
«Ma bravo» commentò Ravenna. «Ti ci è voluto così tanto per riuscire a capirlo?»
«Ma come rientra Etlae in tutto questo?»
«Etlae è un'eretica che si è infiltrata nei ranghi più elevati del Dominio o, se preferisci, la nostra
spia in seno ai loro Consigli. Non tornerà con noi nell'Arcipelago, perché è diretta alla Città Santa, per
curare laggiù i nostri interessi.»
Eretici nella Città Santa? La cosa non mi sembrava plausibile, ma d'altro canto era possibile che
in un'organizzazione vasta come il Dominio si annidassero dei traditori. Se però costoro erano eretici, e
mio padre sapeva della loro esistenza... questo voleva forse dire che anche lui era un eretico? E perché
non me ne aveva mai parlato? «Mio padre è un eretico?» domandai.
«Sì» mi confermò Ukmadorian. «Quando aveva diciassette anni, ha trascorso un anno nella
Cittadella. È così che manteniamo vive le idee, e la maggior parte delle famiglie nobiliari manda i suoi
figli alla Cittadella fin dalla sua fondazione.»
«Zio, prima di spiegare loro con esattezza a cosa stanno andando incontro, non ci potremmo
occupare di un'altra cosa?» interloquì Ravenna.
«Come per esempio dire a Cathan per quale motivo mi deve delle scuse.» Senza dubbio,
Ravenna era una ragazza determinata, e anche molto bella, ma la sua lingua era affilata come un
coltello, e il rispetto quasi reverenziale che avevo inizialmente provato nei suoi confronti si stava
rapidamente trasformando in avversione, soprattutto a causa delle sue costanti provocazioni.
«Mi dispiace molto per la vostra temporanea prigionia, ma è stata una misura adottata per la
vostra stessa sicurezza» spiegò con calma indifferenza Ukmadorian. «Vedete, gli uomini che vi hanno
storditi non erano stati mandati da noi e non sappiamo chi fossero; dopo che vi hanno assaliti, vi hanno
trascinati in una vicina casa e legati, e soltanto gli Elementi sanno che altro avrebbero fatto se noi non
vi avessimo seguiti a nostra volta. Per essere brevi, siamo riusciti a prenderli di sorpresa e a togliervi
dalle loro mani, ma siamo dovuti fuggire fino al porto con quegli individui alle calcagna. Una volta a
bordo vi abbiamo gettati in quel ripostiglio perché è il posto più sicuro, dove non vi avrebbero trovati
neppure se ci avessero abbordati. Inoltre, nel lasciare l'estuario avremmo anche potuto essere perquisiti
da qualche nave da guerra, e non volevamo correre il rischio che qualcuno vi potesse trovare. Di
conseguenza, se hai accusato Ravenna del vostro rapimento, temo proprio che tu le debba davvero delle
scuse.»
«Mi dispiace» le dissi, con poco entusiasmo e cercando di ignorare la sua espressione di trionfo,
chiedendomi al tempo stesso che cosa potessi aver mai fatto per guadagnarmi la sua ostilità.
«Le sue accuse erano pienamente giustificate» intervenne Palatine. «Adesso potreste spiegarci
cosa sta succedendo? Non mi dispiace trascorrere un anno in questa vostra Cittadella, perché in realtà
presso Hamilcar ero soltanto un'ospite, ma non ho la minima idea della situazione in cui mi sto
venendo a trovare, a parte il poco che Cathan mi ha detto.»
«Come facciamo a sapere che non sei una spia del Dominio?» obiettò Ravenna, prima ancora
che Ukmadorian potesse parlare.
Il Prevosto le scoccò un'occhiata irritata, ma non disse nulla e si limitò a concentrare la propria
attenzione su Palatine, che allargò le mani e incontrò il suo sguardo con quella che a me parve
un'espressione rassegnata.
«Se volete credere che io sia una spia, non c'è nulla che possa fare per convincervi del contrario.
Tutto quello che voglio è ritrovare la memoria... perché non è divertente non sapere neppure chi sei. Io
non lavoro per il Dominio, dovete credermi» aggiunse poi, in tono più urgente.
Per un lungo momento, Ukmadorian la fissò con espressione accigliata, poi annuì.
«Non credo che tu sia una spia, comunque è sempre meglio non correre rischi: il tuo amico
Cathan non ha avuto problemi a portare indosso il bracciale, quindi spero che non ne avrai neanche tu.»
Io ormai non mi ricordavo quasi più dell'inerte banda grigia che mi cingeva il polso, ma nel
sentirla menzionare mi venne spontaneo chiedermi quando si sarebbero decisi a liberarmene.
Venti minuti più tardi, dopo essere giunti a convincersi che non eravamo al soldo del Dominio,
Ukmadorian e Ravenna aprirono infine la porta della cabina e ci precedettero lungo un corridoio e su
per due rampe di scale, che portavano alla sala di osservazione.
Quella su cui ci trovavamo era senza dubbio la nave che aveva attaccato la Paklé al largo del
Capo Lusatius, perché nessuna manta era di solito tanto grande: la Stella d'Ombra era un incrociatore
da battaglia, termine con cui il Codice Oceanico identificava qualsiasi imbarcazione lunga oltre
centocinquanta metri. Su un pannello aetherico da parete era possibile ammirare una proiezione della
sua immagine, che era quella di una comune manta azzurro cupo, priva adesso del suo spettrale manto
di oscurità, e nell'osservarla notai un numero di portelli per le armi superiore al consueto, oltre a un
paio di convertitori d'aria di riserva posti vicino alla poppa.
Ciò che però attrasse soprattutto la mia attenzione fu la forma generale dello scafo: la Stella
d'Ombra era... oppure era stata... una nave thetiana, e a giudicare dalle dimensioni delle prese dell'aria,
doveva essere anche piuttosto vecchia e risalire ad almeno cinquant'anni prima.
Del resto, le mante erano imbarcazioni che duravano a lungo, con uno scafo che poteva resistere
anche per secoli se non subiva danni in battaglia, e con l'interno che poteva essere modificato di pari
passo con l'evolversi della tecnologia.
I membri dell'equipaggio che vidi lungo il tragitto risultarono essere tutti Arcipelaghiani, salvo
poche eccezioni, con il volto più finemente cesellato degli abitanti del continente, e con la pelle
olivastra. Affascinato, li osservai mentre portavano avanti i loro rispettivi compiti dopo aver rivolto un
allegro cenno di saluto a Ukmadorian e a Ravenna: quelli erano i primi Arcipelaghiani che avessi mai
visto, e senza dubbio erano il mio popolo... mio e di Palatine.
Nel sostare vicino alle finestre del ponte di osservazione, non scorgemmo nulla d'interessante,
soltanto le cupe profondità oceaniche, solcate di tanto in tanto da qualche pesce che entrava nel raggio
d'azione delle luci; sulla parete, un'altra immagine aetherica mostrava la nera altura del continente che
si allontanava rapidamente verso babordo, ma senza altri dati a mia disposizione non riuscii a capire in
quale direzione fossimo diretti.
«Noi siamo tutti servitori dell'Ombra» spiegò Ukmadorian. «Il Dominio ci associa al male, alla
negromanzia e ad altre cose del genere, ma noi utilizziamo soltanto il potere che deriva dall'assenza
della luce, e scoprirete che non siamo più malvagi del Dominio... e che lo siamo anzi molto meno.
L'Ombra, purtroppo, è il meno potente fra i Sei Elementi.»
«Allora alcuni di voi sono maghi?» domandai.
«I maghi sono pochi e rari, e i maghi d'Ombra sono ancora più rari. Si tratta di un talento
innato, e la maggior parte delle persone non ne è dotata, oppure lo possiede in misura limitata. Ci sono
trenta maghi d'Ombra, i cui poteri sono per lo più pari a quelli di un mago del Dominio di basso livello.
I maghi d'Ombra veramente potenti sono soltanto tre, e fra essi Ravenna è la migliore; io non rientro fra
loro, anche se posseggo in certa misura quel talento» aggiunse, inducendomi a chiedermi perché mai
avesse fatto una simile ammissione.
«I maghi degli altri Elementi sono quindi più numerosi?» chiese Palatine.
«Di stretta misura, più o meno cinquanta per Elemento. Dovete però considerare che il Dominio
possiede cento maghi del Fuoco molto potenti, oltre trecento di livello medio e circa un migliaio con un
potere limitato, se volete comprendere quanto sia inferiore il nostro numero rispetto al loro.»
Ukmadorian procedette quindi a parlarci della Cittadella e di ciò che avremmo appreso e fatto
una volta là, ma in quel momento io riuscii a memorizzare ben poco di quanto stavo sentendo, perché i
concetti con cui ci stava subissando erano troppi per poter essere assimilati tutti in una volta, con il
risultato che mi rimasero impressi soltanto alcuni punti di base del suo discorso, oltre al fatto che la
Cittadella sorgeva su un'isola piuttosto piccola e distante circa quattro settimane di viaggio, in una parte
remota dell'Arcipelago Occidentale che non era stata toccata dalla devastazione della Crociata.
La prospettiva di trascorrere quattro settimane su una nave che non offriva intrattenimenti di
sorta non mi entusiasmò molto, ma Ukmadorian ci informò che per passare utilmente il tempo
avremmo iniziato subito le lezioni, insieme alle altre sei reclute presenti a bordo; a quanto pareva,
avremmo imparato la vera storia di Aquasilva e, una volta arrivati alla Cittadella, alle lezioni teoriche
ne avremmo affiancate altre di natura più pratica.
Più tardi, quello stesso giorno, incontrammo i nostri nuovi compagni di studio, sei giovani della
mia stessa età, tutti provenienti da Equatoria; dal momento che anche gli altri quasi non si conoscevano
fra loro, la prima settimana di viaggio fu dedicata prevalentemente a stringere amicizie... e a forgiare
inimicizie.
A bordo c'erano due persone in particolare che non riuscivo a sopportare. Una era Darius, il
basso e massiccio figlio di un mercante di Uqtaal, la Città della Porta che proteggeva Taneth: lui mi
riteneva un provinciale arricchito, io pensavo che lui fosse un arrogante Equatoriano con più muscoli
che cervello, quindi non impiegammo molto tempo a renderci conto che non andavamo d'accordo,
anche se Darius tentò soltanto una volta di cercare di affrontarmi o di intimidirmi sul piano fisico.
Quell'unica volta che ci provò, gli dimostrai che tutto il tempo che avevo trascorso nuotando
compensava abbondantemente la sua struttura più pesante e massiccia, e dopo di allora badammo a
evitarci educatamente a vicenda.
L'altra nemica era Ravenna, che partecipava ad alcune delle lezioni. Dopo aver subito
qualcun'altra delle sue pungenti provocazioni, infatti,
io cominciai a ribattere, pur non essendo abile quanto lei, ma questo servì soltanto a peggiorare
le cose al punto che entro la fine della prima settimana eravamo già arrivati a non rivolgerci più la
parola. Palatine, dal canto suo, commentò che le nostre liti verbali fornivano un tale intrattenimento da
indurla ad attendere con particolare impazienza gli orari delle lezioni, ma a me la cosa non parve poi
tanto divertente.
La cosa più interessante di quel periodo fu però il modo in cui Palatine riuscì ad assumere il
controllo del nostro gruppo; all'inizio, alcuni degli uomini si mostrarono piuttosto sospettosi nei suoi
confronti, ma lei li conquistò molto in fretta, anche se non avrei saputo dire come, ed entro la fine della
settimana finì per diventare quella di cui seguivamo tutti i suggerimenti. Il suo metodo rimase per me
un mistero, perché lei non dominava con la prepotenza, come facevano alcune delle mie cugine, a
Lepidor; no, in lei c'era qualcosa che portava gli altri a darle ascolto e a obbedirle.
L'amicizia nata fra noi si andò intanto approfondendo, anche se a volte ero un po' invidioso dei
suoi talenti e del modo in cui tutti le davano ascolto. Senza dubbio Palatine aveva una buona istruzione,
pur non essendo forse la più intelligente fra noi, e c'erano lezioni, come quelle relative all'arte di
comandare, che avrebbe potuto benissimo ignorare, dato che pareva già sapere tutto nei minimi
dettagli, cognizioni che erano sopravvissute intatte alla sua perdita della memoria.
Per quattro settimane, solcammo ininterrottamente il grande oceano azzurro di Aquasilva, senza
mai avvistare altre navi... probabilità peraltro remota in un mare tanto vasto, dove incrociare un'altra
nave era già una cosa rara nella Grande Baia antistante Taneth e lo era ancora di più una volta al
largo... e imbattendoci in una sola tempesta di profondità. Essa scoppiò improvvisa e violenta, ma
venne egregiamente superata dall'esperto equipaggio, mentre noi ci godevamo quello spettacolo nella
sala di osservazione, assicurati alle poltroncine da cinture di sicurezza.
Il mattino successivo riprendemmo la rotta precedente e continuammo il nostro viaggio come se
non fosse successo nulla e senza ulteriori intoppi; per il resto della navigazione non ci furono altre
emozioni, neppure l'incontro con un leviatano o un kraken, cosa in cui io avevo sperato perché sapevo
che non avrebbero mai attaccato una manta di quelle dimensioni e avevo sempre desiderato riuscire a
vederne uno.
Equatoria, Taneth e Sarhaddon si assestarono nella mia memoria, per il momento dimenticati a
favore della routine quotidiana e della vita di bordo con i miei nuovi compagni; imparai a giocare a
scacchi con Ghanthi, un pacato Thetiano, e sebbene lui continuasse a sconfiggermi sistematicamente a
ogni partita, quello fu un campo in cui dimostrai di essere più abile di Palatine.
Ogni mattina, ci sottoponevamo a un'ora e mezza di addestramento con le armi, nella sala
esercitazioni della manta, sotto l'occhio attento del maestro d'armi arcipelaghiano, che era abile quanto
mio padre nell'uso della spada e che c'insegnò a utilizzare anche le armi ad alimentazione aetherica.
Senza eccessiva sorpresa da parte mia, Palatine risultò essere la più brava con la spada, seguita da
Darius, da Ravenna e da me, a patto che mi dessero un'arma abbastanza leggera. Ghanthi si rivelò
invece abile nell'impiego dell'arco lungo e della balestra, come pure alcuni degli altri, fra cui una
ragazza che ci surclassò tutti nel tiro con l'arco lungo. Il fatto che le donne venissero addestrate a usare
le armi era una cosa insolita, ma a quanto pareva gli eretici non nutrivano gli stessi pregiudizi imperanti
all'interno del Dominio nei confronti delle donne guerriere. Fra i ragazzi, ce ne fu invece uno che, con
suo sgomento, risultò essere del tutto incapace con la maggior parte delle armi, finché il maestro di
navigazione non ebbe l'idea di vedere come se la cavava con il lancio dei coltelli e con i combattimenti
corpo a corpo all'arma bianca; avendo scoperto il suo talento effettivo, da quel momento anche quel
ragazzo si divertì quanto il resto di noi nelle ore di addestramento.
Nel corso di quelle settimane, non ci venne peraltro insegnato nulla riguardo ai concetti di base
del movimento eretico, soltanto qualche dettaglio che aveva soprattutto lo scopo di destare la nostra
curiosità e il nostro interesse per lezioni più approfondite, che Ukmadorian promise avremmo ricevuto
non appena arrivati alla Cittadella.
Prima di allora non avevo mai servito a bordo di una manta tanto grande, quindi ne approfittai
per costringere il maestro di navigazione a prendermi come apprendista temporaneo per tutta la durata
del viaggio; il risultato fu che lui mi insegnò, con metodi abbastanza decisi, a riconoscere tutte le parti e
i componenti, e mi diede perfino qualche rudimento dell'arte del pilotaggio. A volte, capitava che
Palatine e Ravenna si unissero a me per quelle lezioni, e in un paio di occasioni mi sentii molto
gratificato di vedere Ravenna essere fatta oggetto dei commenti taglienti del maestro.
Tre settimane e quattro giorni dopo essere partiti da Taneth, avvistammo finalmente la prima
isola dell'Arcipelago. Ukmadorian ordinò al capitano di portare la manta in superficie, in modo da
permetterci di vederla dal vivo mentre, per due lunghe ore, ne fiancheggiavamo le coste, a tribordo. Io
passai gran parte di quel tempo appoggiato alla murata, incantato da quella che sembrava una visione
del Paradiso. Là non c'erano alte montagne e spiagge spoglie, e neppure alberi stentati; invece, la costa
era costituita da lunghe spiagge sabbiose che digradavano con un dolce pendio verso le acque azzurre
della laguna, e l'entroterra era coperto da una lussureggiante vegetazione, intervallata qua e là da
qualche radura.
Quella sera a tarda ora, dopo che tutti gli altri erano saliti sul ponte di osservazione per assistere
al passaggio vicino a un'altra isola, trovai Palatine seduta da sola nella cabina di poppa, con lo sguardo
fisso sul vino che le riempiva il bicchiere. Il suo volto aveva un'espressione sconvolta che non vi avevo
mai scorto prima.
«Cosa c'è che non va?» le chiesi.
«Sono passati tre mesi da quando sono stata raccolta da Hamilcar, tre mesi nel corso dei quali
ho ricordato soltanto piccoli dettagli riguardo a me stessa, soltanto vaghe immagini prive di qualsiasi
parola. Queste isole mi ricordano la mia patria, Cathan: non rammento neppure il suo nome, ma so che
vivevo su isole come queste. A tratti, spero di poter trovare qualche indizio, ma poi ricordo che
nell'Arcipelago ci sono decine di migliaia di isole, e che qui tutti gli abitanti hanno un aspetto come il
mio, o come il tuo. Sei certo di non avermi mai vista prima, e di non avere qualche parente che mi
somigli?»
«Io non sono veramente figlio dell'uomo che considero mio padre» spiegai. «Lui mi ha trovato
in Taumarian e anch'io, come te, non ho la minima idea di chi siano i miei veri genitori e i miei
parenti.»
«Tuo padre non ti ha detto nulla, quando eravamo a Taneth?» Prima che potessi rispondere,
Ghanthi entrò di corsa nella stanza.
«Immaginavo che foste qui!» esclamò. «Venite, presto! C'è una stella cadente.»
L'espressione cupa di Palatine svanì di colpo, sostituita dalla sua abituale allegria, mentre
salivamo di corsa sul ponte per osservare la scia bianca che stava attraversando il cielo verso nordovest;
nel guardarla, ricordai un vecchio detto secondo cui una stella cadente annunciava sempre la morte di
un grande uomo, e mi chiesi di chi si potesse trattare.
Arrivammo alla Cittadella due giorni dopo aver visto la stella cadente.
In quel momento non potevo saperlo, ma il giorno stesso in cui avvistammo la stella cadente, il
Primate Halezziah esalò il suo ultimo respiro nei suoi appartamenti, nella Città Santa, una notizia che
sarebbe arrivata fino a noi, nel distante Arcipelago, soltanto tre mesi più tardi.
CAPITOLO DECIMO
Quell'isola era più grande delle altre che avevamo oltrepassato fino a quel momento... a detta di
Ukmadorian era larga dieci chilometri... e aveva nel centro una piccola montagna, intorno alla cui base
si allargava una massa confusa di valli, alture e costoni; ed era proprio su uno di quei costoni, che si
protendeva sul mare come una penisola, che era stata edificata la Cittadella.
Essa non aveva assolutamente l'aspetto di un edificio dedicato al servizio dell'Ombra, perché
era costruita in pietra bianca oppure dipinta di quello stesso colore, e si stendeva su tutta la sommità del
costone, arrivando in alcuni punti fin quasi sulla riva del mare; vista da lontano, dava l'impressione di
una piccola città, anche se ero certo che dovesse trattarsi soltanto di un'illusione.
Noi tutti ci accalcammo a prua, continuando a fissare l'isola che diventava sempre più grande,
fino a riuscire a distinguerne i particolari, come per esempio le persone che passeggiavano sulle rive
sabbiose o che stavano nuotando lontano da essa, come potemmo vedere quando il capitano diresse la
Stella d'Ombra oltre il costone e nell'ampia cala che formava il porto, sotto l'estremità della Cittadella
che dava verso l'entroterra. A quanto pareva, lì non avevano un porto sottomarino, ma la cosa non mi
sorprese, perché quel genere di porti costituiva una struttura costosa, necessaria soltanto quando si
spostavano carichi di merci.
«Qui potete davvero fare il bagno in mare?» chiese Ghanthi a Ravenna, che pareva felice di
essere a casa... sempre che quella fosse davvero la sua casa; certo, lei aveva chiamato Ukmadorian con
l'appellativo di "zio", ma lui era un Halettita, mentre lei era senza dubbio un'Arcipelaghiana.
«Sì, in tutti i momenti liberi, anche di notte» confermò Ravenna. Ricordando Taneth, dove
l'acqua era per lo più tanto inquinata che neppure i pesci vi potevano nuotare, io fui lieto di quella
notizia, perché non avevo idea di come avrei fatto a resistere in quel posto per un anno intero se ogni
tanto non avessi potuto fare una nuotata; quanto a Ghanthi, lui viveva alla foce del fiume Ardanes, che
probabilmente doveva essere altrettanto inquinato.
Nel porto c'erano molte piccole navi a vela, oltre a un paio di cutter lunghi una trentina di metri
e a una corvetta armata di tutto punto; tutte le imbarcazioni più grandi sfoggiavano sull'albero di
maestra una bandiera nera su cui spiccava una grande stella argentea, unita ad altre sei di dimensioni
più piccole, disposte secondo uno schema che non riconobbi. La stessa bandiera sventolava anche sopra
la Cittadella.
Finalmente, la Stella d'Ombra attraccò a un molo, posto proprio sotto l'altura, presumibilmente
il punto in cui l'acqua era più profonda, e là trovammo ad attenderci un comitato di ricevimento
formato da una decina di persone. Il mio bagaglio e quello di Palatine... davvero strano che quella gente
avesse saputo in anticipo che sarebbe partita anche lei... erano stati recuperati dalle nostre stanze, a
Taneth, e quella mattina io li avevo depositati sul ponte, accanto a quello degli altri; dopo aver
ringraziato il capitano per le cose che ci aveva insegnato, ringraziamenti che lui accettò con una
strizzata d'occhio e con l'ammonimento a non dimenticare subito tutto, io e Palatine seguimmo gli altri
giù per la rampa.
Una delle persone in attesa sul molo risultò essere la moglie di Ukmadorian, un'Arcipelaghiana
dall'aspetto pieno di vita e dai capelli ancora nerissimi; chi però attrasse subito l'attenzione generale per
la sua incredibile mole, fu il Maestro degli Alloggiamenti, un Arcipelaghiano di una grassezza
spropositata, che salutò Ukmadorian con calore.
«Vedo che mi hai portato altri problemi a cui fare fronte» commentò poi, in tono allegro,
accennando con la mano verso di noi.
«Altri otto, e tutti sono figli dell'Ordine, tranne due.»
«Questo ci porta a centocinquantasette, più di quanti ne abbiamo avuti per qualche tempo.
Vedrò che siano alloggiati, presentati agli altri, e così via.»
L'enorme Arcipelaghiano ci guidò quindi oltre una grande porta che si apriva nella parete
dell'altura, su per un'ampia scalinata e nel cuore della Cittadella.
Il Maestro e i suoi assistenti impiegarono il resto della giornata per dare a tutti noi una
sistemazione, almeno per quanto riguardava le necessità basilari. La Cittadella era stata costruita su una
pianta che si articolava attraverso una successione di cortili collegati da passaggi coperti, e per noi
dovette essere riaperto un cortile che non veniva più utilizzato da anni, che fu necessario pulire e
controllare per quanto concerneva gli arredi. A quanto pareva, quest'anno i novizi, termine ufficiale con
cui venivamo identificati, erano quindici in più rispetto all'anno precedente, e richiedevano quindi più
spazio. Nell'attesa, ci vennero mostrate le aree principali della Cittadella e ci venne indicato dove
presentarci il giorno successivo. La Cittadella era un grande labirinto di stanze, corridoi e cortili,
costruito in origine per ospitare più persone di quante vi abitassero attualmente, ed era gestita da
personale arcipelaghiano, motivo per cui venimmo subito avvertiti che, al di fuori delle lezioni, quello
era un posto dove era meglio non accennare alla Crociata, perché la maggior parte di quelle persone
aveva perso qualche familiare nel corso dell'olocausto da essa scatenato. Fino a quel momento, noi non
ne avevamo ancora visto nessuna traccia, ma del resto la Cittadella e le isole che avevamo oltrepassato
nel raggiungerla erano per lo più disabitate e si trovavano al limite esterno dell'Arcipelago; era soltanto
procedendo verso il suo interno, verso i resti dell'antica capitale, Vararu, e la grande isola di Qalathar,
che si potevano vedere le tracce della devastazione che legioni del Dominio avevano scatenato su
quelle terre.
L'appartamento che mi era stato assegnato era costituito da due stanze e da un piccolo bagno, il
pavimento era coperto da un mosaico di piastrelle azzurre e le pareti imbiancate a calce erano ravvivate
da affreschi, per lo più di scene marine; quanto agli arredi, erano semplici ma solidi, e per me
costituirono un cambiamento piacevole dopo il lusso soffocante di Pharassa e di Taneth; la cosa
migliore, però, era che ogni stanza era dotata di due grandi finestre ad arco, che si affacciavano
sull'isola e, al di là di essa, sul mare.
La cena veniva consumata in comune, e fu in quell'occasione che noi nuovi arrivati avemmo la
possibilità di conoscere gli altri centoquarantanove novizi. La grande sala da pranzo era così
echeggiante di voci e di risa, che in un primo momento ne fui quasi sopraffatto, dopo aver trascorso le
ultime settimane in compagnia al massimo di una decina di persone. Parte del personale mangiava con
noi, alla tavola alta posta su una piattaforma: fra gli altri vidi Ukmadorian e sua moglie, ma non
Ravenna, che individuai invece a uno degli altri tavoli.
Alla fine del pasto, costituito da un piatto di pesce speziato strano ma non sgradevole,
Ukmadorian si alzò in piedi e batté contro un bicchiere per ottenere silenzio.
«Spero che la cena sia stata di vostro gradimento» esordì. «Innanzitutto lasciate che mi presenti,
per quelli di voi che sono arrivati qui dopo la mia partenza: io sono Ukmadorian, Prevosto della
Cittadella, e voglio dare a tutti il mio benvenuto. Oggi altri otto novizi si sono uniti a voi; naturalmente,
sono indietro di un paio di settimane negli studi, quindi vi prego di aiutarli a mettersi al passo.
«Adesso che ci siete tutti, potrà avere inizio la vostra istruzione effettiva. Siete qui per essere
addestrati in tutte le arti, materie e discipline necessarie per divenire membri a pieno titolo dell'Ordine
dell'Ombra e mantenere viva la resistenza contro il Dominio. Molti di voi, e non solo gli
Arcipelaghiani, hanno perso parenti o amici per mano del Dominio. Qui acquisterete capacità e talenti
che vi permetteranno un giorno di vendicarli, e apprenderete i segreti di questo mondo che il Dominio
ha finora cercato di nascondere, così come apprenderete anche i gravi crimini di cui esso si è
macchiato, in modo che non possiate mai dimenticare perché state lottando.
«Il vostro programma di studi completo avrà inizio domani, e nell'arco di un mese saremo in
grado di testare ognuno di voi per verificare se sia dotato o meno di talento magico. Posso garantire che
fra voi ci saranno almeno uno o due soggetti dotati di potere, ma spero che anche quanti ne risulteranno
privi possano comunque trarre beneficio da tutto ciò che abbiamo da offrire loro.»
Mentre lasciavamo la sala, io mi trovai a riflettere sul fatto che oltre la metà degli altri novizi
era costituita da Arcipelaghiani e che se da un lato molti degli altri sembravano essere rimasti
indifferenti alle parole di Ukmadorian, non c'era invece un solo Arcipelaghiano che non mostrasse di
credere in maniera assoluta e totale nel Prevosto e nella sua causa. Personalmente, ero piuttosto scettico
in merito a questa faccenda dell'eresia e a molti suoi aspetti... dopo tutto, non ero mai stato testimone
delle supposte atrocità commesse dal Dominio... e mi sentivo confuso da ciò che avevo appena sentito,
ma mi stavo rendendo conto che, lì nell'Arcipelago, l'odio nei confronti del Dominio aveva radici
profonde. Una volta, Moritan aveva detto che la Crociata era stata peggio che inefficace, perché si era
rivelata anche controproduttiva, in quanto aveva trasformato quasi tutti gli Arcipelaghiani in eretici, e
senza dubbio quelli che avevo avuto modo di conoscere, lì alla Cittadella, erano quanto mai radicati
nelle loro convinzioni. Secondo le voci che circolavano, una donna era addirittura la pronipote
dell'ultimo Pharaoh del Qalathar, il signore dell'Arcipelago, che aveva opposto una coraggiosa
resistenza al Dominio dal momento in cui esso aveva messo a ferro e a fuoco la prima isola fino alla
propria morte, avvenuta fra le ceneri di Varani.
Dopo cena, trascorremmo qualche tempo nel cortile, dove ebbi modo di conoscere meglio gli
altri novizi, alcuni simpatici, altri molto meno.
Palatine si dimostrò cordiale con tutti, ma io mi accorsi che si stava guardando intorno,
valutando i diversi soggetti, e mi chiesi come se la sarebbe cavata in mezzo a tanta gente, dove c'erano
senza dubbio altri soggetti che amavano comandare; al tempo stesso, mi sentii in certa misura messo in
ombra da lei mentre di aggiravamo fra la folla.
«Quello è troppo pieno di sé» dichiarò d'un tratto Palatine, indicando un alto Cambressiano, che
sovrastava tutti gli altri di mezza testa ed era circondato da un gruppo di amici.
«Come fai a dirlo?» obiettai, dato che non l'avevo vista parlare con quel Cambressiano.
«Ascolta» rispose soltanto lei, e mi precedette fra la calca per andare a raggiungere Ghanthi,
che era fermo a poca distanza dal Cambressiano.
«Comincio a chiedermi se Ukmadorian si deciderà mai a fare qualcosa» stava dicendo
quest'ultimo. «Finora, ci ha soltanto insegnato una quantità di cose che sapevamo già, e ha continuato a
parlare della Crociata. Per quanto mi riguarda, sono qui per diventare un membro dell'Ordine, non per
giocare e vincere finti duelli con la spada.»
Dopo un momento, lui si accorse della presenza di Palatine, e parve passare immediatamente a
un tipo di comportamento diverso, studiato per fare colpo sulle ragazze.
«Sono Mikas Rufele» si presentò, con un atteggiamento che emanava sicurezza di sé.
«Palatine Barca» rispose lei, con un sorriso neutro.
«Da dove vieni?»
«Da Taneth.»
«Non sembri una Tanethana» obiettò Mikas.
«Questo non ha importanza, e non sono affari tuoi.»
«È meglio che tua cugina stia attenta» mormorò qualcuno, accanto a me.
«Mikas è arrivato parecchie settimane fa, sa come muoversi qui ed è una specie di capo.»
Girandomi, trovai accanto a me una snella ragazza arcipelaghiana, abbigliata con una leggera
tunica verde, che mi rivolse un sorriso in tralice e procedette a presentarsi.
«Sono Persea Candinal, del Clan Ilthys.»
«Cathan Tauro, del Clan Lepidor. A proposito, lei non è una mia parente.»
«Davvero? Vi somigliate troppo per non essere imparentati. Dove si trova Lepidor? Prima d'ora
non lo avevo mai sentito nominare.»
«In Oceanus.»
«Avrei giurato che eri un Arcipelaghiano, e anche lei.»
«Per quel che ne so, non è una mia parente, e comunque sa badare a se stessa» dichiarai.
Detto questo, tornai a concentrarmi su Palatine e su Mikas, che parevano aver avviato un cauto
duello verbale; Mikas, in particolare, sembrava aver perso parte della sua sicurezza, cosa che non mi
dispiacque, anche se non trovavo giusto prenderlo in antipatia solo perché tendeva a essere un po'
prepotente.
«Questo sembra promettere di essere un anno interessante» commentò Persea, accanto a me, «e
saranno quei due a fornirci il divertimento. Dubito che la Cittadella sia abbastanza grande per
entrambi.»
«Da dove viene Mikas?» domandai, chiedendomi cosa Persea avesse inteso dire con quel
commento; Palatine non mi era parsa molto propensa ai confronti diretti, ma del resto dovevo
ammettere che non la conoscevo a fondo.
«Da Cambress. Suo padre è un ammiraglio, e sua zia ha sposato uno dei Suffetes dello scorso
anno, anche se avere buone connessioni in alto loco qui non conta molto.»
«Finora ti è piaciuto stare qui?»
«Sì, e probabilmente d'ora in poi mi divertirò anche di più.»
Il mattino successivo mi indirizzarono nella Sala dei Sogni, sul lato opposto della Cittadella
rispetto a dove si trovavano le mie stanze. Al mio arrivo, trovai già raccolti là circa venticinque degli
altri, intenti a passeggiare in piccoli gruppi; guardandomi intorno, scorsi Palatine e Persea, ma non
riconobbi nessuno degli altri. Notando che Mikas non era presente, trassi un sospiro di sollievo all'idea
che quella lezione non avrebbe visto presenti sia lui sia Palatine, poi mi diressi verso Persea, che si era
accorta di me e mi aveva fatto cenno di raggiungerla.
Come aspetto, la Sala dei Sogni non sembrava avere nessuna connessione con i sogni come tali,
dato che era una vasta sala dall'alto soffitto caratterizzata da una stranezza; il suo perimetro era fatto
più di vetri che di muri, in quanto una serie di portefinestra dava accesso a un'ampia balconata che si
affacciava sul mare, all'estremità del promontorio. I pochi muri esistenti erano dipinti di azzurro mare,
come pure le travi del tetto, e nel complesso mi parve che a quel luogo si sarebbe adattato di più il
nome di Sala del Mare.
«Perché siamo qui?» domandai a Persea.
«Per spiegare a tutti voi scettici Continentali perché combattiamo contro il Dominio» rispose
lei.
«Scettici?» ripetei indignato, anche se dentro di me, nel ricordare l'espressione che la sera
precedente avevo visto sul volto dei nonArcipelaghiani, dovetti ammettere che probabilmente aveva
ragione.
«Suvvia, Cathan, tutti voi che non siete Arcipelaghiani per nascita siete in certa misura scettici,
se non addirittura ironici, nei confronti dell'Ordine e di questa faccenda dell'eresia, e del resto, perché
non dovreste esserlo? Siete stati allevati nella fede nel Dominio, e ci vorrà più della capacità di
persuasione di Ukmadorian per farvi cambiare idea.»
«Ma in che modo la storia ci può aiutare? Essa ci dice quello che il Dominio ha fatto, certo, ma
nessuno si lascerà convertire ascoltando il racconto di remote atrocità, per quanto possano essere state
terribili. Il passato viene superato e dimenticato.»
«Non qui» ribatté Persea, che pure non doveva neppure essere ancora nata al tempo della
Crociata. «Qui nell'Arcipelago, il passato è tutto quello che ci rimane.»
La nostra conversazione venne interrotta dall'arrivo di un alto Arcipelaghiano dall'aspetto
saturnino, vestito completamente di nero: tunica, calzoni... calzoni, con quel caldo?... sandali e bastone,
tutto in lui era nero, e al suo apparire nella sala cessò ogni rumore.
«Quello è Chlamas, uno dei tre maghi» mi sussurrò Persea.
«Buon giorno» salutò Chlamas, senza sorridere, con voce imperiosa, nella quale si avvertiva
una sfumatura di tono che diffidava dal contrariarlo. «Quelli di voi che sono Arcipelaghiani possono
andarsene. Avrò però bisogno che torniate qui fra un'ora.»
I tredici Arcipelaghiani se ne andarono, e quando fummo soli Chlamas lasciò vagare il suo
sguardo su di noi.
«Tutti voi avete sentito parlare della Crociata Arcipelaghiana, e i più la considerano una cosa
irrilevante, un pezzo della storia del passato. Dopo tutto, si è verificata ventitré anni fa, e non ha
influenzato nessuno di voi, che vivete nelle vostre città continentali ossequiose della legge: in fin dei
conti, perché preoccuparsi del massacro di duecentomila Arcipelaghiani?»
Duecentomila? Senza dubbio quel mago stava esagerando! Mio padre mi aveva detto che, prima
della Crociata, la popolazione dell'Arcipelago si aggirava intorno ai due milioni di individui, quindi se
entrambe le cifre erano esatte, questo significava che un decimo della popolazione dell'Arcipelago era
stato sterminato.
«Forse» continuò Chlamas, con espressione neutra, «alcuni di voi pensano che siamo troppo
ossessionati da questa tragedia, che la vita può, e deve, andare avanti, o addirittura che è impossibile
che il Dominio abbia ucciso tante persone. Adesso vi mostrerò... non ve lo dirò, ma ve lo farò vedere...
quello che è successo ventitré anni fa, incluse le ragioni per cui il Dominio ha ucciso un decimo degli
Arcipelaghiani e ha distrutto le nostre città. Nell'assistere a quanto seguirà, ricordate sempre che non
siete effettivamente presenti.»
Detto questo, sollevò il bastone, e di colpo la vista mi si annebbiò leggermente.
Il momento successivo mi ritrovai, insieme ai miei compagni, in piedi in una splendida sala,
decorata con maggiore eleganza di qualsiasi ambiente della Cittadella, in stile inconfondibilmente
arcipelaghiano. In quella sala, c'erano numerose persone, intente a chiacchierare in piccoli gruppi, e in
fondo all'ampio locale era posto un seggio, intagliato in un blocco di marmo azzurro, i cui colori
risplendevano sotto la luce del sole che penetrava da grandi finestre ad arco. Su quel trono sedeva un
uomo, un Arcipelaghiano di nobile aspetto e di circa sessant'anni, che indossava una lunga veste verde;
il profumo che ci arrivava alle narici era quello del mare, misto al sentore della vegetazione umida e
della brezza fresca; in un angolo, un gruppo di menestrelli produceva una musica sommessa.
Poi le porte a un'estremità della sala si spalancarono, e tre figure vestite di carminio avanzarono
a grandi passi, puntando dritte verso il trono e il suo occupante, mentre le altre persone presenti nella
sala si giravano tutte a fissare i nuovi venuti, maghi del Dominio.
«Pharaoh Orethura, perché intralci l'operato del Dominio?» chiese uno dei tre.
«Non vi permetterò di bruciare nessuno dei miei sudditi» replicò con calma Orethura. «Avete
arrestato cinquecento membri del mio popolo con accuse infondate, che non sono dimostrabili davanti
a nessun tribunale, e li avete condannati a morte.»
«Sono colpevoli di eresia!»
«Sbagliato. Voi li avete accusati di eresia, e li avete torturati fino a strappare loro una
confessione.»
«Hanno spontaneamente confessato di non bruciare i loro morti.»
«Qui nell'Arcipelago, o nel Qalathar, noi non abbiamo mai cremato i nostri morti, e voi lo
sapete bene. Avete intenzione di bruciare sul rogo la mia gente perché si è rifiutata di pagare le decime
esorbitanti che volevate imporci.»
«È il loro dovere verso Ranthas. Conosci la legge.»
«Non è il loro dovere pagare il doppio. Nelle mie terre, non verrà punito o bruciato nessuno che
non abbia commesso nulla di male. Quelle persone saranno rilasciate.»
Poi la scena cambiò, mostrando sempre la stessa sala ma qualche tempo dopo, e con più persone
presenti, nessuna delle quali appartenente al Dominio.
«Hanno arrestato e bruciato sul rogo oltre duecento persone, scelte a casaccio» protestò con
voce stentorea un uomo, nelle prime file dei cortigiani. «Infrangono le nostre leggi, uccidono degli
innocenti, e noi non li fermiamo?» «So che ciò che stanno facendo è sbagliato, ma come possiamo
fermarli?» replicò Orethura. «Questo vorrebbe dire la guerra, e noi non facciamo la guerra.»
«Dobbiamo proteggerci.»
Seguirono altri due cambiamenti di scena, che mostrarono entrambi la sala del trono, a mano a
mano che il Dominio intensificava il suo regno del terrore. Alla fine il Pharaoh cedette alle pressioni
dei suoi ministri, e ordinò che tutti i seguaci del Dominio che si trovavano sulle sue terre venissero
arrestati ed espulsi. Essi s'imbarcarono, giurando vendetta.
E tornarono a seminare l'orrore.
Mentre le altre isole venivano messe a ferro e a fuoco, Chlamas ci guidò per le strade e nelle
case di Vararu, per mostrarci com'era stata. Come avrei scoperto in seguito, tutti gli esseri umani hanno
un lato oscuro nella loro natura, ma esso può essere domato, e gli Arcipelaghiani erano riusciti in
questo, solo Thetis sa come: certo, la loro società aveva dei problemi, che noi vedemmo, ma
l'Arcipelago precedente alla Crociata era più simile al Paradiso di quanto qualsiasi altro luogo sia mai
stato o potrà mai essere, prima o dopo di allora.
Noi vedemmo i cittadini di Vararu preparare armi che non avevano mai usato per opporre
resistenza agli eserciti addestrati dei Sacri e dei Cavalieri Crociati che stavano muovendo contro di
loro, li vedemmo erigere barricate intorno al porto e al resto della città, innalzando muri di legno e di
sabbia. Naturalmente sarebbero potuti fuggire, e alcuni mandarono via i loro figli, ma molti non erano
semplicemente disposti a vivere altrove, dopo l'esistenza che avevano conosciuto.
Quando le vele delle navi del Dominio apparvero all'orizzonte, sullo sfondo del cielo annerito
dal fumo che si levava dai fuochi ancora imperversanti sulle isole che si erano lasciate alle spalle, il
Pharaoh Orethura ordinò a tutti i maghi eretici che erano venuti in suo aiuto di andarsene, e di salvare
quanti più Arcipelaghiani fosse stato loro possibile. Infatti, se gli abitanti della capitale avessero usato
la magia per difendersi, questo li avrebbe automaticamente bollati di eresia, e il resto del mondo si
sarebbe sentito giustificato per la propria decisione di distruggerli. Nel congedarli, il Pharaoh chiese
loro un solo favore, una cosa che essi acconsentirono a fare, poi i maghi partirono su tre piccole
imbarcazioni, portando con loro un numero penosamente scarso dei bambini di Varani.
E dopo la loro partenza ebbe inizio il vero incubo. La Crociata si era verificata quattro anni
prima della mia nascita, ma mediante la magia di Chlamas io potei essere presente a quegli eventi, di
un orrore inimmaginabile. I fanatici del Dominio e i loro alleati sciamarono sulla spiaggia, dove
vennero trattenuti solo per pochi minuti dalle barricate e dai loro disperati difensori, comuni cittadini
arcipelaghiani che stavano usando armi a cui non erano abituati e che vennero abbattuti dove si
trovavano, anche i pochi che cercarono di arrendersi.
Poi i maghi procedettero sistematicamente ad appiccare il fuoco alla città, trasformando persone
e alberi in torce viventi con le loro sfere di fuoco. Sacri dagli occhi gelidi e Cavalieri Crociati impazziti
per la sete di sangue si aprirono metodicamente un varco attraverso la città, distruggendo ogni casa e
abbattendo ogni Arcipelaghiano in cui si imbattevano: padri di famiglia, le loro mogli, i figli e le figlie,
neonati, vecchie e anziani. Noi vedemmo ogni cosa come se ci fossimo trovati lì... le urla che
imploravano pietà, il saettare delle lame, i morti e i morenti, ma soprattutto il profumo dei giardini del
Paradiso sostituito dal puzzo di sangue, di morte e di fumo. Gli assalitori arrivarono al Palazzo,
grondanti di sangue, mentre noi assistevamo alla scena come spettrali presenze, sconvolti e immobili.
Chlamas non pose però termine a quella spaventosa visione, ed entro pochi minuti il Palazzo e tutti i
suoi occupanti vennero trasformati in un inferno, i suoi difensori che ardevano e morivano senza aver
avuto neppure la possibilità di
toccare i loro nemici. Quello era il modo di uccidere del Dominio.
E vedemmo Orethura, ultimo discendente di una dinastia di Pharaoh che risaliva a duemila anni
prima, bruciare in mezzo alle rovine di Varani; quella fine gli risparmiò di assistere alla distruzione
della grande città di Poseidonis, su Qalathar, dove lui stesso era nato.
Implacabile, Chlamas ci mostrò poi anche ciò che seguì alla strage principale, i Sacri che
macellavano i feriti in mezzo alle rovine fumanti e seminavano sale sul terreno, spianando gli edifici
ancora in piedi e poi, come ultima, vendicativa enormità, bruciavano la giungla che copriva il resto
dell'isola di Varani, fino a quando la capitale dell'Arcipelago fu ridotta a un nero blocco di cenere
morta che fluttuava in un mare di cadaveri. Soltanto allora, quando anche l'ultimo degli assalitori fu
sbarcato e si fu diretto a est per la devastazione finale dell'isola, vedemmo i maghi esaudire la richiesta
di Orethura: l'isola stessa si spezzò in due e sprofondò nel mare, portando con sé i suoi miasmi e la sua
cortina di morte, poi sulla superficie oceanica si aprì un gigantesco vortice che risucchiò tutti i detriti
nelle sue profondità, verso i fondali oceanici distanti migliaia di chilometri, fino a quando di Varani
non rimase più nessuna traccia.
Soltanto allora Chlamas ci richiamò nel nostro tempo e luogo, lontano dalla distruzione e dalle
stragi: il suo era stato un metodo di conversione piuttosto brutale, ma aveva funzionato.
Finalmente, riuscii a chiudere gli occhi, ma gli orrori a cui avevo assistito continuarono a
pararmisi davanti, bruciandomi nel cervello, perché Chlamas aveva fatto in modo di avere la certezza
che avrei continuato a ricordare quelle immagini per il resto della mia vita, come se fossi stato presente
a quegli eventi.
In tono asciutto, il mago ordinò agli Arcipelaghiani, che erano tornati in silenzio allo scadere
dell'ora richiesta, di aiutarci ad andarcene, poi lasciò la sala.
Soltanto adesso compresi perché il numero degli Arcipelaghiani fosse stato uguale a quello dei
Continentali, dato che mi sentivo sgomento e nauseato, come tutti i miei compagni, alcuni dei quali
stavano addirittura vomitando.
Senza che opponessi resistenza, Persea mi prese per un braccio e mi pilotò fuori della stanza,
lungo un paio di corridoi e sotto il sole, in un altro cortile, dove ci sedemmo sul bordo di una fontana.
«È stato davvero così terribile?» domandai, notando io stesso il tremito che avevo nella voce.
«Ciò che hai visto è stato estratto dalla mente di alcuni Cavalieri Crociati, catturati dopo la fine
della Crociata» rispose lei, «e dai ricordi dei maghi che avevano assistito da lontano alla strage. È
esattamente ciò che è successo, fino al più piccolo dettaglio, compresa la direzione in cui soffiava il
vento. E la stessa cosa si è ripetuta in tutto l'Arcipelago, in tutte le città e le isole accanto a cui sono
passati... ma adesso è inutile che aggiunga altro, peggiorerei soltanto il tuo stato d'animo.»
Una parte di me rifiutava ancora di credere che chiunque, perfino un'orda di barbari, e tanto
meno un popolo civilizzato, potesse aver fatto ciò che avevo visto, ma sapevo che era vero, e che era
malvagio... anzi, più che malvagio, era qualcosa per cui non esisteva un termine adeguato.
«Adesso capisci perché li odiamo tanto?» domandò Persea. Io annuii soltanto, incapace di
parlare.
Per quel giorno non facemmo altro, perché i nostri insegnanti ci lasciarono a riflettere su quello
che avevamo visto, il primo di migliaia di giorni a venire in cui avremmo ricordato quelle immagini. Io
non riuscii a mangiare qualcosa se non verso l'ora di cena, quando un mago della mente fece il giro
delle nostre camere per alleviare come meglio poteva gli effetti della visione, rimuovendo gran parte
della sensazione di trauma ma lasciando le immagini del tutto nitide.
Quella sera cenammo in silenzio, senza che nella sala si vedesse più un solo scettico, in quanto
dopo di noi anche tutti gli altri Continentali erano stati sottoposti alla stessa esperienza e adesso tutti
trattavamo gli Arcipelaghiani con molto più rispetto.
Dopo cena, Palatine e io ci andammo a sedere in uno dei cortili, vicino a una fontana.
«Tu sapevi tutto questo riguardo alla Crociata? Prima di questa mattina, intendo» mi chiese.
«Probabilmente non ne sapevo molto più di te, soltanto i semplici dati di fatto e che c'era stata
una distruzione su vasta scala. Mio padre mi ha detto spesso che era stata una cosa malvagia, ma non
me ne aveva mai descritto la portata.»
«Tuo padre è venuto qui alcuni anni prima della Crociata, vero?»
«Sì, ma non me ne ha mai parlato, e non sapevo neppure che lui fosse un eretico finché Etlae
non mi ha dato quel messaggio da riferirgli, così come ignoravo che esistesse una cosa come l'eresia,
fino al giorno prima di partire per Taneth.»
«Allora non ne sai molto più di me» commentò lei.
«Io non ho mai incontrato questi preti brutali di cui parlano, e neppure un Inquisitore. Fino a
oggi, credevo ancora nel Dominio, mentre adesso non so più in che cosa credere.»
Era vero, in quanto ora che lo shock iniziale si era attenuato, ciò che provavo maggiormente era
un senso di confusione, e di vuoto: la mia fede nel Dominio era svanita, e adesso doveva essere
sostituita con qualcosa d'altro.
«Io non ho mai creduto nel Dominio, neppure prima» dichiarò Palatine.
«Là da dove provengo, dovunque sia, non lo rispettiamo, ed è molto meglio così.»
«Non ci sono molti posti del genere su Aquasilva. Non mi riesce di pensare a un luogo dove il
Dominio non abbia i suoi templi o non eserciti influenza, o almeno nessun luogo abitato. Certo, c'è la
calotta polare settentrionale, ma è una distesa spoglia e non vi potrebbe vivere nulla, e comunque il
Dominio ha i suoi avamposti perfino laggiù. Lo so perché una volta mio padre ha trasportato là delle
provviste per loro, su richiesta del re.»
«E cosa mi dici di quell'altro gruppo di isole, quello che nessuno ama menzionare?» domandò
lei, protendendosi verso l'acqua e posando le mani sul bordo della fontana per puntellarsi.
«Ralentis?» domandai, sorprendendomi a tracciare automaticamente il Segno della Fiamma per
proteggermi dal male e trattenendomi a forza all'ultimo momento. «Nessuno sa nulla di Ralentis,
perché i Ralentiani non lasciano entrare gli stranieri e commerciano per ottenere solo cose strettamente
essenziali; da quanto ho sentito, l'intera isola è perennemente coperta di nuvole.»
«Non credo di provenire da lì» rifletté Palatine, con aria accigliata, «ma ritengo che l'eresia sia
una cosa che vale la pena di seguire. Sapere chi sono è la cosa che desidero di più, ma non posso
trascorrere tutto il tempo alla ricerca di me stessa. Oggi... ho ricordato qualcosa» aggiunse, in tono
molto basso.
«Lo hai ricordato con chiarezza?»
«Era molto simile all'immagine che ci ha mostrato il mago, tanto che ho pensato di rivedere
tutto daccapo perché tutto era quasi uguale... gli uomini in rosso che distruggevano una città su
un'isola, più o meno con gli stessi metodi... e credo di averlo sperimentato nello stesso modo, perché
sembrava tutto irreale, e molto triste.»
«Quindi hai visto un esercito del Dominio distruggere una città come Varani.»
«Credo di sì, ma non so che luogo fosse. Una volta, però, qualcuno mi ha mostrato qualcosa del
genere, una perdita terribile, e sono certa che non si è trattato soltanto di una distorsione delle immagini
di Chlamas. Qualsiasi cosa il Dominio abbia fatto, so comunque che era sbagliata, che non sarebbe
dovuta succedere. Ho sentito parlare di questo Dominio prima a Taneth e adesso qui, e non mi piace:
questa eresia lo vuole spazzare via, e io intendo partecipare attivamente a questo, perché ho trovato
qualcosa in cui credere.»
Palatine era così sicura di se stessa, così certa di fare la scelta giusta nel dedicarsi ad aiutare gli
eretici, che peraltro ci avevano bombardati con quelle immagini proprio per instillare in noi la sete di
vendetta... cosa che riuscivo a capire anche nel mio attuale stato confusionale... che non potei fare a
meno di invidiarla.
Molto più tardi, mi resi conto che lei doveva già allora aver avuto altre motivazioni, ma in ogni
caso da quel momento in poi credette in modo cieco e assoluto nella causa eretica, e ciò che ci venne
detto in seguito servì soltanto a radicare le sue convinzioni, e a restituirle una piccola parte della sua
memoria.
Io invece impiegai più tempo ad arrivare ai suoi stessi convincimenti. Per il momento, tutto
quello che sapevo era che avevo perso la mia fede e ogni fiducia nel Dominio, sia come organizzazione
civilizzata, sia come rappresentante di Dio su Aquasilva; le mie decisioni sarebbero state prese per altre
ragioni, e sarebbero state molto più assolute, perché nonostante la sicurezza di sé e il bisogno di
dimostrare il suo valore che la caratterizzavano e che a me mancavano, Palatine, come ho detto, aveva
sempre altre motivazioni e altri interessi.
CAPITOLO UNDICESIMO
Quella notte, il mio sonno fu turbato da un susseguirsi di incubi e da un continuo svegliarmi in
preda a un angoscioso senso di disagio. In quei sogni avevo spaventose visioni della distruzione di
Lepidor, di Pharassa... perfino di Taneth, una città che quasi non conoscevo... e vedevo ardere gli alberi
dei parchi e dei viali, vedevo gli edifici che venivano consumati essi stessi dalle fiamme con i loro
giardini pensili fino a ridursi a una distesa di cenere, e al di sopra di tutto continuavo a sentire le risate
maniacali di mostruosi preti incappucciati. Nei momenti in cui mi destavo di soprassalto, fradicio di
sudore, mi trovavo poi a imprecare in pari misura contro gli eretici e contro il Dominio, e comunque
anche da sveglio mi pareva di continuare a essere testimone impotente di innumerevoli stragi.
Dopo non so più quante ore di quel tormento, e senza che ancora si scorgesse nel cielo il
minimo accenno di luce diurna, mi alzai, mi vestii e uscii dalla finestra (come quasi tutte le altre, la mia
camera era al piano terra, dato che alla Cittadella c'erano soltanto due strutture che avessero più di un
piano). Fuori, una falce di luna argentea mi fornì luce a sufficienza per discendere senza problemi il
pendio roccioso che portava al mare, sul lato opposto della penisola rispetto al porto. Davanti a me, la
vuota spiaggia sabbiosa si stendeva per circa seicento metri lungo il promontorio successivo, mentre
alla mia destra, verso l'entroterra, la massa della montagna era una vasta ombra nera che oscurava le
stelle.
Gli unici suoni erano il costante mormorio della risacca e le occasionali strida degli animali
notturni provenienti dalla giungla, oltre al sommesso frusciare dei miei piedi sulla sabbia, e in quella
cornice di assoluta serenità, i demoni che mi avevano tormentato cominciarono a dissolversi.
Percorsi lentamente la spiaggia in tutta la sua lunghezza, fino all'estremità opposta, poi mi
sedetti sulla sabbia a contemplare il mare. Il Dominio insegnava che la notte, e l'oscurità, erano cose
malvagie, che soltanto il fuoco poteva tenere a bada... e poiché vivevo in un territorio dove andare in
giro di notte, anche per brevi tratti, equivaleva a un suicidio, avevo sempre creduto a quelle
affermazioni.
Qui, però, era tutto diverso, qui la notte possedeva una sua bellezza, diversa da quella del giorno
e molto più serena; dopo un po', cominciai ad avvertire un senso di sonnolenza e mi allontanai dalla
fascia della marea per andarmi a sdraiare fra alcune rocce.
Là, sulla spiaggia, riuscii a dormire senza sogni per un paio d'ore, svegliandomi quando infine i
primi raggi di sole oltrepassarono le rocce, cadendomi sugli occhi; liberati gli abiti dalla sabbia, tornai
alla Cittadella e fui il primo ad arrivare a colazione.
Palatine e Persea mi raggiunsero pochi minuti più tardi, Palatine con l'aria stanca e sciupata,
anche se stava mangiando di gusto come al suo solito.
«Avete dormito bene?» domandò Persea, senza traccia di ironia nella voce.
Personalmente, io non avevo l'aspetto stanco quanto la maggior parte dei miei compagni, anche
se non avevo dormito quanto avrei voluto e avrei avuto bisogno di un altro po' di riposo.
«Io ho dormito un poco» affermai.
«Come hai fatto a riuscirci?» domandò Palatine, con voce un po' rauca, accennando con la
mano al resto dei non-Arcipelaghiani, che apparivano tutti esausti.
«La mia tecnica con te non funzionerebbe» risposi, volendo tenere la spiaggia per me ed evitare
che anche gli altri vi si recassero di notte, cercando sollievo dagli incubi.
Del resto, dubitavo davvero che quel metodo avrebbe potuto avere su altri quello stesso effetto
calmante, perché a me era sempre riuscito più facile trovare sollievo da cose sgradevoli nella
solitudine, appartandomi dove per qualche tempo potevo dimenticarmi dell'esistenza di tutto il resto del
mondo.
«Gli incubi non dureranno a lungo... tre notti al massimo» garantì Persea, cercando di
rassicurarci. «È una cosa che ha a che fare con quest'isola, e con il fatto che sapete di non essere stati
davvero presenti: anche se vi è parso tutto reale, la vostra mente è consapevole che fisicamente non vi
siete mai mossi di qui.» Palatine si limitò a rabbrividire in modo volutamente drammatico di fronte
all'idea di dover sopportare altre due notti come quella appena trascorsa.
Per i due giorni successivi non ci furono lezioni, sessioni di addestramento o altre sedute
formali di istruzione, in modo che noi Continentali potessimo riprenderci dagli incubi e il resto dei
nuovi arrivati avesse modo di familiarizzarsi con l'isola e di esplorarla almeno in parte. La seconda
notte io cercai di nuovo la solitudine offerta dalla spiaggia, ma quella ancora successiva riuscii a
dormire di nuovo nella mia stanza perché avevo ormai superato, come il resto di noi, gli effetti peggiori
di ciò che Chlamas ci aveva mostrato; quelle immagini erano però tuttora impresse nella nostra mente,
e affioravano ogni volta che veniva menzionato il Dominio.
Il terzo giorno ebbe poi inizio l'addestramento vero e proprio, fisico e mentale. Al mattino
c'erano le esercitazioni con le armi... in genere le due con cui ognuno era più abile, nel nostro caso la
spada e la balestra. Gli Arcipelaghiani, figli di un popolo che un tempo aveva detestato la guerra, si
addestravano con il resto di noi, utilizzando per lo più grosse mazze dalla lucida testa di ossidiana irta
di punte, che avrebbero potuto frantumare con un solo colpo il cranio di un uomo.
Le esercitazioni avvenivano a gruppi, su uno spiazzo erboso largo circa un centinaio di metri
che si trovava sul lato di terra della Cittadella, una rarità in quanto sull'isola non c'era molta erba, che
non sembrava crescere naturalmente in quelle foreste tropicali.
«Dunque» esordì il maestro d'armi, «vediamo come se la cavano i nuovi arrivati.»
Il nostro maestro era un uomo sulla cinquantina, dall'aspetto fiero, nativo di Cambress anche se
non aveva più vissuto là da quando era venuto alla Cittadella; cosa avesse fatto nei periodo intercorso
fra il suo anno di permanenza là e quando aveva assunto la carica di maestro d'armi era una cosa di cui
nessuno parlava, ma io supposi che fosse stato una sorta di mercenario, o di sicario.
«Come ti chiami?» domandò in tono secco, rivolto a me.
«Cathan.»
«Bene, Cathan, vediamo se sai combattere, e quanto. Uzakiah!»
Un ragazzo alto e snello uscì dal gruppo in risposta a quel richiamo, poi il maestro d'armi diede
a entrambi le spade da addestramento, leggermente più pesanti di quelle vere e smussate lungo la lama
e sulla punta. Nel momento in cui presi in mano la mia, compresi che non avrei avuto la minima
possibilità di farcela dopo il primo paio di minuti, e ancora una volta imprecai contro il mio fisico esile,
del tutto privo di forza bruta.
«Cominciate! Tre contatti per vincere!»
Uzakiah, che a giudicare dal nome doveva essere Equatoriano, assunse subito la posa da
combattimento, accoccolandosi in avanti e impugnando la spada come se non avesse fatto altro per
tutta la vita. Il fatto di essere più alto di me di tutta la testa lo poneva in vantaggio, e sembrava anche
meglio addestrato di quanto lo fosse stato Darius.
Per qualche minuto girammo in cerchio, studiandoci a vicenda, poi lui scattò all'attacco. Io lo
vidi tendere i muscoli, ma anche così riuscii a stento a sfuggire alla sua finta seguita da un affondo, e
non ebbi il tempo di lanciare un contrattacco perché lui fu pronto a indietreggiare fuori della mia
portata.
Un momento più tardi Uzakiah tentò ancora la stessa manovra, e questa volta misi a segno una
parata con risposta, che però venne bloccata. Seguì un terzo attacco da parte sua, sempre con la stessa
rapidità ed eleganza, la mia parata non fu altrettanto veloce e fui costretto ad ammettere di essere stato
toccato.
Anche il secondo contatto andò a suo vantaggio, perché il braccio cominciava già a dolermi, ma
questo lo rese eccessivamente sicuro di sé, e al terzo attacco il suo affondo risultò troppo alto,
permettendomi di raggiungerlo al braccio.
Persi lo scontro tre a uno, ma il maestro d'armi non lo giudicò un risultato scadente.
«Provvederemo a trovarti una spada più leggera» disse soltanto, in tono pacato. «Però dovrai
lavorare per rinforzare i muscoli.»
Palatine, che con la spada se la cavava decisamente meglio che con l'arco lungo, sconfisse la
sua avversaria, una ragazza arcipelaghiana, con quello che parve uno sforzo minimo.
«Chi ti ha addestrata?» le chiese il maestro d'armi, alla fine della sessione.
Palatine ebbe un terribile momento d'imbarazzo.
«Mio padre» rispose quindi.
«Doveva essere molto abile» commentò l'istruttore, mentre io mi chiedevo se Palatine avesse
inventato la prima risposta che le era venuta in mente o se avesse appena ritrovato un frammento della
memoria perduta.
Ravenna era l'unica altra nuova arrivata del gruppo, ma era evidente che il maestro d'armi
conosceva già il suo livello di addestramento. Quando ci eravamo esercitati insieme, sulla Stella
d'Ombra, eravamo stati più o meno alla pari... a parte gli insulti, naturalmente, perché lei sapeva molto
bene come farmi perdere la calma e questo aveva l'effetto di irritarmi ancora di più, perché io non
riuscivo a fare lo stesso con lei.
Trascorremmo quindi una sfiancante ora e mezza a esercitarci contro grossi pali di legno,
provando affondi e fendenti, poi corremmo fino alla spiaggia per una nuotata, per rinfrescarci prima di
pranzo, e subito dopo il maestro d'armi mi mandò nell'armeria con uno dei suoi assistenti, che mi aiutò
a trovare una spada molto più leggera, grazie alla quale da quel momento ebbi molti meno problemi.
Dopo il pranzo, Ukmadorian si accinse a minare le basi di un'altra delle nostre convinzioni
fondamentali, e condusse nella biblioteca principale lo stesso gruppo a cui, tre giorni prima, Chlamas
aveva mostrato le immagini dell'olocausto. Là ci sistemammo su un assortimento di panche, di tavoli e
di sgabelli sparsi per la stanza, le cui pareti erano coperte da copie di pergamene scritte in una lingua
che non ero in grado di decifrare; anche Persea e Ravenna erano con noi, appollaiate in gruppo con le
altre ragazze su uno dei tavoli. A giudicare dalla sua espressione, Ravenna doveva già sapere molto
bene quello che Ukmadorian stava per dirci, ma era venuta lo stesso per stare in nostra compagnia. Nel
gruppo, figuravano anche Mikas e uno dei suoi amici.
«Quella che vi è stata mostrata tre giorni fa» esordì Ukmadorian, «è soltanto l'ultima, in ordine
di tempo, delle atrocità commesse dal Dominio, quella che ha avuto il maggiore impatto su tutti voi.
Però ne sono state altre, alcune commesse nel nome del Dominio dall'Impero Thetiano, e la peggiore in
assoluto si è verificata duecentoquattro anni fa.»
Possibile che qualcosa potesse essere peggiore della Crociata Arcipelaghiana? Quante persone
aveva dunque sterminato il Dominio, per superare quelle duecentomila vittime? E quella data,
duecentoquattro anni prima, era quella in cui era stato ucciso Aetius IV.
Quel giorno e quelli che seguirono, in quella stessa stanza, Ukmadorian ci guidò nell'esame a
ritroso degli ultimi duecento anni, raccontandoci ogni volta qualcosa di più in merito a ciascuna
epurazione compiuta dal Dominio e continuando ad alimentare il nostro odio nei suoi confronti; del
resto, dopo le immagini di cui eravamo stati testimoni, eravamo ormai pronti a credere a qualsiasi cosa,
sul conto del Dominio. Cinque giorni dopo l'inizio di quelle lezioni, però, Ukmadorian arrivò a
qualcosa di assolutamente incredibile, così in contrasto con tutto ciò che ci era stato insegnato da essere
molto difficile da accettare.
«Qualcuno di voi sa cosa sia successo nell'anno 2560?» domandò.
«La fine del regno del terrore di Aetius IV» rispose Mikas.
«In che modo?»
«Ha attaccato l'ennesima città, ed è morto nel combattimento.»
«E cosa aveva fatto Aetius, in questo suo regno del terrore?»
«Aveva massacrato la maggior parte della popolazione mondiale, devastato gran parte dei
Continenti, scatenato le tempeste... dopo tutto, cosette da nulla» replicò una delle ragazze.
«Esatto. Tutti sanno che lui ha assassinato suo padre e suo zio, poi lui e il suo fratello gemello,
Carausius, sono partiti alla conquista del mondo, muovendo immensi eserciti, schiacciando chiunque
osasse opporsi a loro e inzuppando la terra di sangue. D'accordo, dunque, dove sono le prove di tutto
questo?»
Ormai sapevamo che Ukmadorian aveva un metodo d'insegnamento che andava dritto al punto,
ma adesso cosa poteva voler dire?
«Le prove?» ripeté Ghanthi, con aria perplessa.
«Come fate a sapere che tutto questo è vero?»
«Per via del Libro di Ranthas, naturalmente» rispose Mikas, con una sfumatura di sarcasmo
nella voce. «Tutti lo devono leggere.»
«E da chi, esattamente, è stato scritto il Libro di Ranthas?»
«Da Temezzar, un profeta di Ranthas.»
«Che in seguito è diventato Primate. Dunque, nessuno di voi ha mai pensato che forse potreste
non dovervi fidare di tutto quello che leggete? Temezzar parla di eserciti thetiani forti di mezzo milione
di uomini che marciano contro Equatoria. Peraltro, la popolazione dell'intero Arcipelago, l'impero
originale di Aetius, ammontava a quei tempi ad appena tre milioni e mezzo di persone, quattro al
massimo, quindi com'è possibile che lui avesse eserciti di mezzo milione di effettivi? Inoltre, l'intera
flotta thetiana non sarebbe comunque stata sufficiente a trasportare così tante truppe attraverso il mare,
per non parlare del rifornirle di vestiario e di viveri per cinque anni.»
«È ovvio che Temezzar ha esagerato» commentò Persea. «Dopo tutto, lui era un Equatoriano.»
«E cos'hanno che non va, gli Equatoriani?» volle sapere Darius.
«Non hanno nulla che non vada, è solo che lui deve aver gonfiato le cifre per far apparire più
eroica la resistenza opposta dal suo popolo» ribatté Persea, accalorandosi.
«E voi non fareste lo stesso?»
«È ovvio che lo faremmo» dichiarò Persea, dando inizio a un rinnovarsi del duello verbale.
«Possiamo tornare all'argomento originale della discussione?» domandò Ukmadorian, con un
accenno di sorriso, poi attese che il chiasso generale si fosse sedato, e riprese: «Temezzar ci dice anche
che il primo continente invaso è stato Borealis.»
«Dove diavolo è Borealis?» gridò uno degli Equatoriani meno istruiti.
«Idiota, a quei tempi Oceanus si chiamava Borealis» lo zittì Ravenna.
«Prova ad aspettare che le cose ti vengano spiegate, prima di aprire la bocca a vuoto.»
«Ti senti piena di superiorità, soltanto perché hai potuto frequentare una scuola, qui
nell'Arcipelago, invece di andare a combattere contro gli Halettiti» replicò l'Equatoriano, punto sul
vivo.
«Adesso basta!» ingiunse Ukmadorian, in tono secco. «Taci.» Sia pure di mala voglia,
l'Equatoriano obbedì.
«Per continuare il nostro discorso» riprese allora il Prevosto, alzando la voce, «Temezzar
menziona anche il fatto che i Thetiani sbarcarono sulla costa settentrionale del continente. Non vi
sembra strano che siano sbarcati sull'inospitale costa settentrionale, dove piove di continuo e il cibo è
scarso, invece di attaccare le più ricche e meno ben difese province meridionali?»
«Forse hanno scelto l'elemento della sorpresa» suggerì Palatine. «Nessuno si sarebbe aspettato
un attacco da quella direzione.»
«Un'altra cosa che vale la pena di menzionare, è che Aetius chiese l'aiuto di un misterioso
impero, chiamato Tuonetar, che in seguito gli si rivoltò contro nel rendersi conto di quanto lui fosse
malvagio. Questo» disse Ukmadorian, prelevando un sottile volume da una pila di libri posata sul
tavolo accanto a lui, «è un libro degli annali thetiani, rubato dagli Archivi Imperiali di Selerian Alastre
appena dopo l'ascesa al trono di Valdur. Esso esamina le attività delle truppe thetiane negli anni
2552-2555. Potrei aggiungere che tutto il materiale relativo agli anni 2554-2562 è considerato segreto
per ordine dell'Imperatore in persona.»
Ukmadorian aprì quindi il volume a una pagina che, presumibilmente, doveva aver
contrassegnato in precedenza.
«Per quanto riguarda l'anno 2554, quello in cui ebbe inizio l'invasione, Tannale riporta: "In
questo anno cinque legioni hanno svolto servizio attivo, di cui due nelle Isole Settentrionali, una in
Liona, una in Kodalr e una in Tumarian. Il numero totale di uomini e di navi impegnati in campagne
all'estero, calcolato durante la Festa di Althana, è stato di novemila uomini, diciassette mante della
flotta imperiale e un incrociatore da battaglia. Queste cifre includono il Terzo Cavalleria Elefanti." Vi
ricordo che la Festa di Althana si teneva a metà autunno, e che nessuno dei paesi menzionati si trova
nelle vicinanze di Oceanus. Questi sono archivi ufficiali.»
Perplesso, mi guardai intorno nella stanza e notai che gli altri apparivano sconcertati quanto me.
Nessuno sapeva cosa dire: di certo, se proveniva dall'archivio ufficiale, quel libro doveva dire la verità,
ma in tal caso, che fine aveva fatto l'esercito sbarcato nel nord?
«Ma allora... qual è la spiegazione effettiva?» domandai infine.
«Ve lo dirò fra un momento. Prima, riflettete su quale motivo possa aver indotto l'Impero ad
apporre la segretezza su tutti i suoi annali relativi a quel periodo. Forse lo ha fatto per proteggere la
propria reputazione, certo, ma non è possibile che la proibizione derivi dal fatto che il materiale
contenuto nelle cronache custodite negli archivi riporti gli eventi effettivi? È risaputo, del resto, che
l'attuale imperatore, come suo padre prima di lui, è del tutto sotto il controllo dell'Esarca di Thetia.»
«Forse qualcuno ha sbagliato le date.»
«Le date sono esatte, è la spiegazione effettiva che è piuttosto diversa da quella che viene
fornita ufficialmente. Vedete, il Dominio ha voluto scaricare sui Thetiani la colpa di tutte le morti
verificatesi nel corso di quella che esso chiama la "Guerra dei Tuonetar", ma la verità è che i Tuonetar
non erano affatto alleati dei Thetiani, o di chiunque altro. Essi dominavano Borealis e la maggior parte
di Equatoria, e avevano il controllo assoluto di un impero che si stendeva sulla calotta artica
settentrionale, che noi conosciamo come Thure, oltre a occupare la maggior parte dell'Arcipelago
Settentrionale. Per dirla in poche parole, possedendo tutto questo, essi volevano anche il resto del
mondo.
«I Thetiani avevano combattuto contro i Tuonetar per secoli, e all'epoca di Aetius stavano per
venire definitivamente sconfitti, perché i Tuonetar li stavano scacciando dall'Arcipelago Settentrionale,
un'isola dopo l'altra, e a loro rimanevano ben pochi alleati, da qualsiasi parte. Nel 2554, i Tuonetar
hanno sferrato una massiccia offensiva su tutto l'Arcipelago, e in una delle prime sconfitte subite dai
Thetiani ha perso la vita il padre di Aetius, il vecchio Imperatore Valentine III, perito insieme a suo
fratello, il Sommo Prete Titus V. La famiglia reale thetiana generava sempre una coppia di gemelli, di
cui uno ascendeva al trono e l'altro diventava Sommo Prete, ponendosi a capo dell'Ordine
Sanzionatore, che era composto da tutti i maghi thetiani. Dopo la morte del vecchio imperatore, Aetius
e Carausius subentrarono al padre e allo zio, e per sei anni portarono avanti la lotta contro i Tuonetar.
«Aetius era un comandante dotato di molto talento, e Carausius era un mago molto potente, ma
le truppe dei Tuonetar erano semplicemente troppo numerose perché potessero sconfiggerle, e
continuarono a respingerli sempre più verso sud, all'interno dell'Arcipelago e sui Continenti, seminando
stragi lungo la loro strada. Centinaia di migliaia di persone furono massacrate, e furono risparmiati
soltanto i pochi individui che potevano costituire utili schiavi. Alla fine, i Tuonetar sbarcarono in
Thetia, ne devastarono le città e occuparono Selerian Alastre.»
«Se i Tuonetar stavano vincendo, come mai noi siamo ancora qui?» domandò qualcuno.
«Aetius si rese conto che stava per perdere il suo impero, e invece di utilizzare le sue truppe per
impegnare una battaglia persa in partenza contro i Tuonetar, preferì prendere con sé quante più coorti
possibile e fare vela a nord, verso Thure. In qualche modo, riuscì ad attraversare la calotta polare senza
essere scoperto e a scatenare un attacco contro Aran Cthun, la capitale dei Tuonetar.»
Senza dubbio, Ukmadorian era un narratore molto abile, capace di affascinare i suoi ascoltatori;
a quel punto fece una pausa, per accentuare l'effetto drammatico delle sue parole, e io mi trovai ad
attendere con impazienza che proseguisse, ansioso di apprendere cosa fosse successo.
«L'attacco colse i Tuonetar di sorpresa, per cui Aetius e i suoi uomini riuscirono a invadere la
città, nonostante le sue difese, a occupare la rocca e a uccidere i capi dei Tuonetar. Fu proprio negli
scontri all'interno della rocca, nel momento della vittoria, che Aetius venne ucciso e Carausius rimase
gravemente ferito. A quel punto... l'impero dei Tuonetar si disintegrò, letteralmente. Infatti si scatenò
un massiccio terremoto che devastò Thure, e le armate dei Tuonetar sparse per il mondo si
disgregarono e svanirono, forse per tornare a casa o forse per andare chissà dove. In ogni caso, i
Thetiani avevano vinto.
«Tanais, il comandante in seconda dell'esercito di Aetius, riuscì a radunare i superstiti del
contingente e a ricondurli sani e salvi fino alla costa, portando con sé anche Carausius. Le truppe
tornarono così a Thetia prive di un imperatore, perché Aetius non aveva figli gemelli e la posizione di
Carausius non gli permetteva di ascendere al trono. Alla fine, venne raggiunto un compromesso, in
base al quale Tiberius, il figlio di Aetius, divenne imperatore, mentre Valdur, il figlio di Carausius,
assunse la carica di Sommo Prete; quanto a Carausius, scelse di ritirarsi in un'isola remota.
«Appena un anno più tardi, Valdur fece deporre e assassinare il cugino, e con il supporto dei
maghi del Fuoco, che avevano combattuto sul fronte aquasilvano nel corso della guerra, si rivoltò
contro i maghi dell'acqua di Carausius, braccando e uccidendo tutti quelli che riuscì a trovare,
occupando le sedi dell'Ordine ed esiliandone le truppe in terre remote. Poi i maghi del Fuoco fondarono
il Dominio, e Valdur dichiarò che la loro era l'unica religione praticabile.»
Sulla sala scese un profondo, assoluto silenzio. Sconvolto, io mi ritrovai senza parole.
«Come... come sai tutto questo?» chiese infine Palatine.
«Abbiamo qui tre resoconti della guerra, insieme a una quantità di annali thetiani stilati dai due
o tre maghi dell'acqua riusciti a salvarsi» spiegò Ukmadorian, prendendo una cassetta di legno posata
su un tavolinetto, dietro di lui, e aprendola con fare reverente. L'interno era foderato di stoffa, e su di
essa era deposto un libro.
La spiegazione fornita da Ukmadorian combaciava alla perfezione con i fatti, ma era
semplicemente così incredibile che io trovai quasi impossibile accettarla, nonostante tutte le prove. La
storia della Guerra dei Tuonetar era una cosa che avevo sempre riconosciuto in maniera assoluta,
fondamentale come il sorgere del sole, al mattino, e adesso quella mia convinzione non era stata
soltanto messa in discussione, ma del tutto demolita.
«Questo è il resoconto della guerra scritto dallo stesso Carausius» proseguì Ukmadorian. «Lui
era un uomo saggio e compassionevole che, come vi ho detto, ha perso il fratello e il padre per mano
dei Tuonetar. Abbiamo inoltre un resoconto scritto in seguito da un ufficiale di uno degli eserciti, e
un'altra cronaca in una lingua diversa, che fornisce la stessa storia dal punto di vista di una delle
nazioni subordinate all'imperatore, quella che noi conosciamo ora come la Provincia di Ilthys. Nella
biblioteca ci sono numerose copie di ciascuna opera, a vostra disposizione perché possiate leggerle, ma
può darsi che desideriate dare prima un'occhiata all'originale. Su di esso è stato apposto un incantesimo
di conservazione, quindi non potete rischiare di danneggiarlo.»
Naturalmente, noi non ci saremmo mai neppure sognati anche solo di toccarlo, tanto meno di
danneggiarlo. Ancora stordito, mi alzai e seguii alcuni degli altri fino a trovarmi nella prima fila. Mikas
raggiunse il libro appena prima di me, e mentre lo apriva io protesi il collo sopra la sua spalla... ogni
animosità esistente fra noi per il suo conflitto con Palatine momentaneamente dimenticata... per
sbirciare le pagine che lui stava girando, stilate in una calligrafia ordinata e sempre uguale, senza le
variazioni e le elaborazioni delle singole lettere proprie di uno scriba; le pagine erano di ottima qualità,
l'inchiostro nitido, le righe sottili e ben decifrabili: nel complesso, quello era il documento più facile da
leggere che avessi mai visto.
Mikas infine lo aprì a una delle prime pagine, e lesse un brano ad alta voce:
«"Quell'anno effettuammo una visita formale ad Azaca, perché tutti noi non vedevamo Tehuta
da due anni e sua moglie aveva appena dato alla luce un erede. Ci presentammo con una quantità di
pompa e di cerimonie, e l'Ammiraglio Cidelis ci mise a disposizione le sue navi migliori. Lo ricordo
ancora mentre, pieno di orgoglio per la nuova ammiraglia da lui personalmente progettata, ci faceva
visitare tutta la nave."»
A quel punto, Ukmadorian gli ordinò di spostarsi e io presi il suo posto davanti alla cassetta,
sfiorando il libro quasi con reverenza... dopo tutto, proveniva dalla biblioteca di un imperatore... e
girandone le pagine fino ad arrivare a un punto più avanti. Come aveva fatto Mikas, anch'io lessi un
brano ad alta voce, stupendomi ancora una volta per la qualità dell'inchiostro e lo spessore della carta.
«"Quel giorno io persi un altro amico, e Aquasilva un valente difensore. Stavo guidando i corpi
montati su elefanti lungo la costa di Midworld, alla ricerca di un avamposto dei Tuonetar di cui
Berazoilos aveva riferito la presenza"» scandii, con la lingua che quasi incespicava su quegli strani
nomi. «"Cinnirra ricevette il messaggio prima di me, ma mi bastò vedere la sua espressione per intuirne
il contenuto prima ancora di guardarlo. Quella notizia generò dentro di me un senso di vuoto che non è
ancora svanito, perché lui era una delle persone più vive che io abbia mai conosciuto, instancabile e
sempre traboccante di energie. Adesso mia sorella era vedova, suo figlio orfano, e Rhadamantys era
morto."»
Alcuni degli altri lessero a loro volta dei brani, procedendo verso la conclusione del libro e
dipanando la storia di una guerra che stava volgendo sempre più al peggio per i Thetiani. Palatine lesse
la parte relativa all'affrettata incoronazione di Aetius, e dopo che tutti noi avemmo dato un'occhiata al
volume, Ukmadorian stesso lo aprì all'ultima pagina, un'aggiunta scritta da Carausius dopo il suo ritiro
dalla carica, lo stesso brano che mia madre aveva copiato per me, e ne lesse personalmente il
contenuto:
... E fu così che mi trovai a sostare vicino al tumulo di mio fratello, lasciando spaziare lo
sguardo sulla vuota distesa dell'oceano, verso continenti che un tempo erano stati lussureggianti e che
erano adesso una landa devastata. Spesso mi sono chiesto se tutto questo sarebbe accaduto
ugualmente anche se mio padre fosse vissuto, ma ogni volta che mi pongo questa domanda, la mia
memoria torna alle continue guerre intestine che noi tutti abbiamo subito prima di tutto questo.
Abbiamo perso un mondo, ma adesso abbiamo la possibilità di costruire una pace duratura e un nuovo
inizio. Quanto a me, posso solo sperare che l'ombra di Aetius riposi in pace, e che noi tutti si riesca a
rimanere fedeli alla visione per cui così tanti hanno dato la vita. Non sarò mai più in grado di
combattere o di utilizzare la magia, e non riesco neppure ad arrivare a piedi fin qui dal porto senza
l'aiuto di Cinnirra; quindi, anche nel caso che io riesca in certa misura a recuperare le forze, spetterà
ora a mio figlio e a mio nipote porsi alla guida di Thetia, e spero proprio che essi abbiano
l'opportunità di forgiare un mondo migliore di quello in cui io ho sempre vissuto.
Salute e addio Carausius Tar'Conantur
«Queste parole sono state scritte circa due mesi prima che suo figlio lo tradisse» concluse
Ukmadorian, in tono grave.
Dentro di me, io mi chiesi a chi fosse stato destinato quel libro, che rivelava un lato molto
umano della natura di Carausius, un uomo che aveva combattuto per Aquasilva nel corso di una guerra
in cui aveva perduto suo fratello, la maggior parte dei suoi amici e migliaia di uomini, per poi ritrovarsi
ridotto a un rottame devastato a soli trentatré anni, incapace perfino di camminare per qualche centinaio
di metri senza l'aiuto della moglie.
E poi tutto ciò per cui lui aveva lottato era stato rovinato dal suo stesso figlio e dal Dominio, per
il semplice fatto che desideravano più potere.
La testimonianza di Carausius colpiva molto più del resoconto della guerra fornito da
Ukmadorian, perché rivelava una tristezza personale che andava al di là delle fredde statistiche e dei
grandi affari del mondo.
«I Tar'Conantur che noi conosciamo oggi sono soltanto l'ombra dei loro antenati che hanno
combattuto in quella guerra. Come forse alcuni di voi sanno, il figlio di Valdur, Valentine IV, era un
vero e proprio irresponsabile, e i suoi discendenti non hanno certo fatto onore al nome della famiglia.
Un tempo, però, i Tar'Conantur erano una grande dinastia, indipendentemente da ciò che può
capitarvi di vedere o di leggere, e anche Thetia era una grande nazione, un esempio per il mondo. Ciò
che noi oggi conosciamo come Thetia è soltanto un'ombra, un ricordo» aggiunse Ukmadorian.
«Ora potete andare. Per oggi, questo è tutto.»
In risposta a quel congedo, ci riversammo fuori delle stanze della biblioteca, sotto la luce del
caldo sole delle isole.
«Sembra quasi impossibile a credersi» commentò Persea. «Carausius, i Tuonetar, la grande
guerra. E che il Dominio sia stato fondato in quel modo, con il tradimento e nel sangue...»
«Il Dominio è stato fondato da perversi rinnegati, ed è ancora governato da perversi rinnegati»
dichiarò con fervore Palatine. «Ha forse mai fatto qualcosa di buono, in tutta la sua storia, a
dimostrazione che quelle che ci ha raccontato Ukmadorian sono tutte fandonie?»
«Si prende cura dei poveri e dei senza tetto» osservai, tentando al tempo stesso di trovare
qualche altra argomentazione a favore del Dominio.
«Sono certa che anche prima ci fossero persone che se ne occupavano. Tutto quello che i
membri del Dominio hanno fatto è stato impadronirsi di tutto il potere possibile, in modo da poter
passare il tempo a spassarsela, salvo poi ingannare tutti inducendoli a credere che loro siano individui
santi e benevoli, mentre in realtà il loro sistema è costruito sull'oppressione» proseguì, sempre in tono
accalorato, poi concluse: «Naturalmente, non possiamo d'altro canto sostenere che i Tar'Conantur
fossero migliori, perché non abbiamo modo di saperlo.»
«Ci sono stati alcuni Primati che erano veramente dei santi» obiettai.
«Perché stai facendo l'avvocato del diavolo, Cathan?» interloquì Persea, con il tono acceso che
sempre assumevano tutti gli Arcipelaghiani quando parlavano del Dominio.
«Qualsiasi medaglia ha sempre due facce» replicai.
«Sì, ma in questo caso particolare la bilancia pende in modo evidente da un lato.»
«Sì, però le due facce continuano a esserci. So che il Dominio dovrebbe essere spazzato via
dalla faccia degli oceani per via delle azioni dei suoi capi di un tempo, so che quelli erano uomini
malvagi e che hanno scatenato la Crociata, ma non è un motivo per cui anche noi si commetta una
strage di massa.»
«Non stiamo cercando di distruggerli, ma soltanto di infrangere il loro potere e di dare una
posizione paritaria a tutti gli elementi.» «Sì, ma per poterlo fare dovremo distruggere tutti i Sacri, tutti i
maghi e i preti anziani, per non parlare dei loro alleati, gli Halettiti, e di un eventuale esercito di
Cavalieri Crociati che essi possano raccogliere.»
«È sempre così pessimista?» domandò Persea a Palatine.
«È decisamente di indole troppo cupa per il suo stesso bene» replicò lei, con un ampio sorriso.
«Suvvia, Cathan, sono certa che Persea non vuole litigare con te.»
«Quello che intende dire» precisò Persea, scoccandole un'occhiataccia per nulla sentita, «è che
discutendo con te, sto sprecando i miei talenti.»
«Come Ravenna?» replicai.
«Ah, ma Ravenna non sa fare niente altro» commentò Palatine.
«Il solo modo per avere ragione di lei è farla ingelosire» mi sussurrò Persea, insinuando il
braccio sotto il mio. Palatine però si limitò a scrollare le spalle, e io stesso non accennai di certo a
protestare.
«Siamo parenti, ricordi?» sorrise Palatine.
«A quanto pare, questo non è il modo per avere ragione di lei» dichiarò Persea, senza però
ritrarre il braccio che aveva infilato sotto il mio.
«No, non c'è modo per aver ragione di me, come il Dominio scoprirà a sue spese» ribatté
Palatine.
CAPITOLO DODICESIMO
«Hai idea di dove siamo?» sussurrai.
Tutto quello che sapevo, era che ci trovavamo da qualche parte nella giungla, fermi vicino a un
tronco d'albero, ma capire dove fossimo esattamente era tutt'altra cosa. La tenue luce azzurrina prodotta
da una sottile falce di luna crescente era la sola illuminazione a nostra disposizione, e tutto ciò che
riuscivamo a vedere non aveva colori, solo diverse tonalità di grigio; oltre a questo, i miei arti erano
una collezione di graffi e di ammaccature, come credo fossero anche quelli di tutti gli altri.
«No, questa volta ci siamo persi davvero. Non riesco più neppure a scorgere i fuochi da campo»
sussurrò di rimando Palatine, una sagoma indistinta alla mia destra.
«Se vi foste fidati del mio talento come guida, adesso non avremmo questo problema.»
«Ravenna, fino a questo momento il tuo talento ci ha mandati a sbattere contro tre nubi d'ombra
di Chlamas e ci ha fatti imbattere in una pattuglia e in parecchi alberi» ribattei, per una volta lieto di
poterla attaccare a ragion veduta.
«Però abbiamo teso un'imboscata a quella pattuglia. Tu, d'altro canto, non sei neppure riuscito a
guidarci su per il sentiero.»
«Forse perché su di esso c'erano altre pattuglie.»
«Smettetela, voi due! In questo modo rivelerete la nostra posizione» sibilò Ghanthi.
Eravamo impegnati in un'esercitazione nella giungla, in una notte in cui la sola luce di una
sottilissima scheggia di luna rendeva pressoché impossibile vedere qualsiasi cosa, ed eravamo stati
divisi in tre contingenti, comandati rispettivamente da Palatine, Mikas e un Arcipelaghiano di nome
Laeas; l'obiettivo di ciascuno dei gruppi era quello di raggiungere la torre di osservazione in cima alla
montagna e di difenderla fino all'arrivo di uno dei maghi dell'ombra. Nel corso della prima settimana, a
tutti erano stati distribuiti bracciali come quello di cui eravamo dotati io e Palatine, che ora sarebbero
stati utilizzati per controllare le perdite, mediante un sistema per cui saremmo rimasti
momentaneamente paralizzati se le armi da addestramento fossero entrate in contatto con essi.
A complicare ulteriormente le cose, nella giungla c'era anche un altro contingente: Ukmadorian,
i membri del suo staff, i suoi assistenti e tutti coloro che non erano novizi, si erano accampati intorno
alla collina centrale, rivestendo nell'ambito dell'esercitazione il ruolo di un esercito d'occupazione di
cui dovevamo infrangere le file per poter raggiungere la meta prefissata.
Guidati da Palatine, noi avevamo sconfitto una delle pattuglie di Mikas, ma adesso ci eravamo
perduti e Ravenna, che era i nostri occhi e i nostri orecchi, non era in grado di aiutarci.
«Qualcuno si arrampichi su un albero per dare un'occhiata in giro» ordinò in tono impaziente
Palatine, rivolta a Ghanthi, che trasmise agli altri il suo messaggio. Un momento più tardi si sentì un
sommesso frusciare e il fogliame sopra di noi venne scosso dai movimenti di un Arcipelaghiano che
stava salendo in mezzo ai rami.
«Siamo circa a metà del pendio della montagna, sul lato settentrionale» riferì dopo un momento
la nostra vedetta improvvisata. «C'è una linea di fuochi, sopra di noi.»
«Da che parte è il "sopra"?» domandò Palatine, accennando intorno a sé con le mani,
esasperata.
La vedetta le indicò la direzione richiesta e lei annuì.
«A quanto pare, dobbiamo essere vicini alla loro linea di sentinelle, ma qui ci sono troppe
piante per riuscire a vedere qualcosa» osservò. «Quanto distano fra loro i fuochi?»
«Non riesco a vedere bene, ma sembra che siano a intervalli di un centinaio di metri. A
proposito, siamo in una valle, e c'è un fuoco proprio sulla nostra strada.»
«Grazie» annuì Palatine, poi aggiunse: «Passate parola agli altri: ci prepariamo ad attaccare.»
«Cosa faremo?» domandò Ravenna.
Per tutta risposta, Palatine impartì una serie di ordini.
«Voglio trenta persone sparse attraverso la valle, sulla base delle direzioni che tu indicherai
loro. Sithas avrà il comando dell'ala destra, Uzakiah della sinistra e io rimarrò qui al centro. Cathan, tu
sei il nostro migliore esploratore: scopri quante persone ci sono intorno a quel fuoco, e che cosa stanno
facendo.»
Annuendo, le porsi il rotolo della fune d'esplorazione, la cui estremità era attaccata alla mia
cintura, poi mi avviai nella foresta; come tutti gli altri, ero vestito completamente di nero, con tre
galloni bianchi sulla spalla a indicare il mio gruppo di appartenenza.
Muovermi nella foresta, anche in una notte tanto buia, stava diventando per me una sorta di
seconda natura, che mi portava a scegliere i tratti di terreno più sgombro per non far frusciare troppo il
sottobosco e a controllare che la fune di collegamento che mi avrebbe guidato fino ai miei compagni si
srotolasse diritta dietro di me. Nel procedere, badai a tenermi nell'ombra e a evitare le aree illuminate,
dove i raggi della luna penetravano nelle aperture fra il fogliame; il caldo era decisamente eccessivo, e
tutto grondava umidità, al punto che non potevo addossarmi a un albero senza ritrovarmi con la camicia
fradicia, ma al tempo stesso quella giungla era pervasa di un'atmosfera che non esisteva nelle foreste
della mia patria... forse perché era molto più popolata, e non sempre da creature amichevoli.
Non avevo percorso molta strada, che subito vidi davanti a me il bagliore giallo del fuoco e per
precauzione rallentai al massimo l'andatura, anche se era improbabile che ci fossero molte persone
intorno a esso, dato che l'area di giungla da presidiare era vasta e gli individui a disposizione per farlo
non erano molti, anche con il supporto di Chlamas e degli altri maghi che concorrevano ad aumentare
la confusione.
Con cautela, procedetti tenendomi accoccolato nel sottobosco... con il risultato collaterale di
infradiciarmi completamente... fino ad arrivare a una piccola breccia fra la vegetazione, che mi permise
di vedere cosa avevo davanti. Due uomini e una donna sedevano intorno al fuoco, tutti e tre rivolti a
guardare verso la giungla, con la conseguenza di essere abbagliati dalla luce delle fiamme e da non
riuscire a individuare eventuali movimenti con la nostra stessa facilità.
Dopo aver controllato che intorno non ci fossero tracce che indicassero la presenza di altri
individui, assestai alla corda tre strattoni rapidi e decisi, seguiti dopo una pausa da altri due; in base al
codice da noi stabilito prima dell'inizio dell'operazione, questo significava che c'erano tre persone e che
erano sveglie e sul chi vive.
Passò un momento di attesa, poi mi arrivarono come risposta quattro strattoni, che volevano
dire "procedi più oltre".
Dopo essermi allontanato indietreggiando dal fuoco da campo, lo aggirai strisciando e
tenendomi sulla destra delle tre sentinelle, per poi addentrarmi maggiormente nella valle. Pochi metri
più avanti, calpestai involontariamente un ramoscello o chissà che altro, che si spezzò con un crepitio,
provocando uno schiocco che a me parve violento come una detonazione. Per un momento, temetti di
essere stato sentito e rimasi del tutto immobile, ma non ci fu nessun rumore che indicasse l'avvicinarsi
di qualcuno e alla fine mi concessi un sospiro di sollievo, dicendomi che ero fortunato per il fatto che la
vegetazione fosse ancora tanto bagnata a causa della tempesta che si era scatenata quel giorno, peraltro
meno violenta di quelle a cui ero abituato a casa. D'altro canto, il lato negativo dei postumi di quella
tempesta era che i miei abiti erano quasi fradici a causa dell'acqua che grondava dal fogliame, cosa che
mi metteva quanto mai a disagio.
Quando ripresi ad avanzare, constatai che più avanti la valle si restringeva e il terreno saliva su
entrambi i lati, facendosi leggermente più erto; ormai ero quasi arrivato al limite della lunghezza della
corda, e prima che partissimo Palatine aveva messo bene in chiaro che quella sarebbe stata la distanza
massima a cui avrei potuto spingermi rispetto al gruppo.
D'un tratto, qualcosa si mosse davanti a me, e io mi accoccolai d'istinto, immobilizzandomi;
dopo un momento, mi giunse all'orecchio un suono basso e indistinto di voci, unito a un rumore
frusciante.
Impressa alla corda una serie di decisi strattoni, tornai da Palatine con la massima rapidità
possibile senza correre rischi, evitando l'area del fuoco da campo.
«Cosa c'è?» mi chiese lei, e quando le ebbi riferito quello che avevo visto, aggiunse: «Sai chi
fossero?»
«No, ma non credo che si trattasse degli uomini di Mikas, o di Laeas.» «Potrebbero essere le
pattuglie di Ukmadorian» suggerì Ghanthi. Palatine impiegò soltanto un secondo per arrivare a una
decisione.
«Ghanthi, richiama dalle pattuglie una persona su tre e prendi il posto di Uzakiah. Io porterò
trenta effettivi intorno alla valle e fino alla sua estremità, poi vedremo di che stoffa sono fatti questi
avversari, quando arriveremo loro alle spalle. Cathan, Ravenna, seguitemi. Uzakiah prenderà il
comando qui.»
Aspettò quindi che Uzakiah si facesse avanti per impartire gli ultimi ordini.
«Avanza, appostati in vista dei fuochi da campo, poi conta fino a trecento, attacca e prosegui
oltre dopo aver finito. Come ho già detto in precedenza, bada di contare lentamente» concluse, in tono
secco e deciso.
«D'accordo, lo farò» garantì Uzakiah.
Palatine radunò quindi il resto del contingente e, con me e Ravenna come guide, aggirammo il
nostro schieramento per risalire i lati della vallata con quella che parve una lentezza esasperante, tanto
che io ero ormai convinto che Uzakiah avrebbe attaccato da un momento all'altro, prima che noi si
fosse in posizione. Alle nostre spalle, però, la notte continuò a rimanere silenziosa.
«Stai andando nella direzione sbagliata!» mi sussurrò Ravenna.
«No, sto seguendo la curva del terreno» ribattei.
«Non ne dubito, però è il terreno che non sta seguendo i contorni della valle. Fidati di me, qui
siamo in una depressione.»
«Perché dovrei fidarmi?» replicai, pur sapendo che con ogni probabilità lei aveva ragione,
considerato che, come aveva dimostrato sulla Stella d'Ombra, ci vedeva bene al buio quasi come sotto
la luce del giorno, mentre io riuscivo a seguire la curva del terreno ma non ero in grado di individuare
piccole alterazioni come quella.
«Imbecille» fu la sua sola risposta.
Naturalmente, quell'insulto mi irritò, ma evitai di ribattere.
Modificando la direzione di marcia, raggiungemmo rapidamente il terreno pianeggiante
all'estremità opposta della valle, e poiché ancora non si vedeva nessuno, ne approfittammo per
avanzare un poco e formare uno schieramento di battaglia.
Avevo appena raggiunto una posizione da cui potevo alzarmi di scatto per attaccare, quando
sentii il rumore di uno scontro echeggiare nella foresta, sotto di noi.
«Aspettate!» sibilò Palatine, quando ci raccogliemmo dietro e intorno a lei, ascoltando il
clangore prodotto dalle spade, unito a un rumore di gente che correva attraverso il sottobosco, poi
esclamò: «Adesso!»
Nell'impartire l'ordine, esitò un secondo a muoversi, ma io scattai in piedi e spiccai la corsa giù
per la collina, evitando lungo il tragitto insidiose radici sporgenti. Davanti a noi, dalla giungla si levava
ora un rumore notevole, e più avanti alcune sagome apparvero nel buio.
Quando una di esse si girò, con la spada sollevata, io attaccai, approfittando di quel momento di
confusione per superare la sua guardia e raggiungerla all'altra mano: la spada scivolò dalle dita
paralizzate del mio avversario... o avversaria?... che si accasciò al suolo, segno che dovevo aver colpito
il bracciale. Constatando l'assenza di galloni sugli abiti neri, mi resi conto di aver abbattuto un membro
dello staff, e non di una delle altre squadre.
Intorno apparvero intanto altre sagome, ma proprio mentre mi trovavo a dover fronteggiare due
avversari contemporaneamente, Ravenna e poi anche qualcun altro sopraggiunsero in mio aiuto; nel
frattempo, altre persone si spostarono rumorosamente attraverso la giungla, sul lato opposto,
intrappolando così fra due gruppi coloro che avevano teso la trappola. Il piano di Palatine aveva
funzionato.
Dal momento che eravamo numericamente superiori, non avemmo difficoltà a eliminare
Ukmadorian e le sue guardie. Ben presto Ravenna disarmò lo stesso Ukmadorian, e questo pose fine
allo scontro.
«Ben fatto, Palatine» si complimentò il Prevosto, togliendosi l'elmo; tutt'intorno, i suoi uomini
si stavano lentamente riprendendo, ma ormai non costituivano più una minaccia perché erano stati
dichiarati ufficialmente morti. «Ora va' e sconfiggi anche gli altri.»
Poi lui e i suoi uomini si volsero e svanirono nella giungla.
«Avete fatto un buon lavoro» commentò allora Palatine, quindi ci ordinò in tono secco di
assumere lo schieramento da guerriglia, perché adesso avremmo risalito il pendio per arrivare alla torre
di guardia. La sommità della montagna era cinta da una serie di alture, e c'erano soltanto due modi per
arrivare in cima: uno stretto burrone sinuoso, oppure una rampa creatasi molto tempo prima dove una
frana aveva sgretolato parte della superficie rocciosa.
«Il burrone è facile da difendere» affermò Palatine, nel riesaminare il nostro piano mentre
avanzavamo lentamente, «quindi lassù ci sarà senza dubbio qualcuno... le forze di Mikas, di Laeas o
dell'Ordine. Se hanno un minimo di buon senso, avranno schierato la maggior parte dei loro uomini
sulla rampa, e in caso di attacco dalla parte del burrone non si precipiteranno a difendere quel lato per
non lasciare la rampa indifesa. In ogni caso, noi non seguiremo nessuna di quelle due vie. Vicino al
burrone, infatti, c'è un punto in cui Cathan e Ravenna ritengono sia possibile scalare la parete di roccia;
una volta in cima, ci caleranno una corda e faremo salire una ventina di voi, in modo da attaccare
contemporaneamente il burrone da entrambi i lati.»
Mentre esponeva il piano, continuammo ad avanzare con cautela sul terreno ineguale e in salita
della giungla, badando a procedere su due file in modo da dare a eventuali esploratori nemici
l'impressione che il nostro numero fosse la metà di quello effettivo. Intorno a noi, potevo sentire i
rumori prodotti dagli animali, probabilmente disturbati da tutto quel movimento, ma del resto qualsiasi
esploratore degno di questo nome era in grado di distinguere... almeno sul piano teorico... il ciangottare
di qualche scimmia dal rumore prodotto da esseri umani che si spostavano nel sottobosco.
Finalmente arrivammo alla base dell'altura, dove gli alberi crescevano a ridosso della roccia: il
burrone, che portava direttamente alla torre di guardia, si trovava da qualche parte sulla nostra destra,
ma era così stretto e angusto da poter essere difeso da tre bambini muniti di spade giocattolo.
Nell'avanzare, io scivolai su una chiazza di fango e mi lasciai sfuggire una sommessa imprecazione: in
quella zona, le condizioni del terreno erano, se possibile, ancora peggiori, e per di più gli insetti che
popolavano l'aria intorno alle alture parevano avere una particolare antipatia nei miei confronti... e
alcuni di essi erano decisamente un po' troppo grossi per i miei gusti.
«Il posto è questo?» sussurrò Palatine. Dall'alto non giungevano rumori di sorta, ed era
impossibile stabilire quindi se l'Ordine, Mikas o Laeas avessero il controllo del burrone.
«Non ancora» risposi. Avevo lasciato un contrassegno, che speravo non fosse stato scoperto, e
adesso, non riuscendo a scorgerlo, mi chiesi se non ci fossimo portati un po' troppo sulla sinistra.
Davanti a noi, l'altura descriveva una curva verso l'esterno, in direzione dell'imboccatura del burrone,
ma non riuscivo a determinare con chiarezza dove ci trovassimo.
Finalmente, individuai il contrassegno, e subito io e Ravenna ci dirigemmo verso la superficie
dell'altura. Da dove ci trovavamo, non avevamo modo di sapere se in alto, sul pianoro boscoso,
qualcuno si fosse già impadronito della torre; era possibile che Ukmadorian stesse già salendo verso di
essa, dato che Palatine aveva deliberatamente scelto di fare un lungo giro, nella speranza di arrivare in
cima dopo gli altri due gruppi; naturalmente, si trattava di una scelta rischiosa, perché se fossimo
arrivati troppo tardi avremmo potuto scoprire che qualcun altro aveva già vinto l'esercitazione, ma
d'altro canto Palatine sperava che gli altri due gruppi finissero in questo modo per eliminarsi in buona
parte a vicenda, lasciando invece noi con i nostri effettivi ancora quasi intatti.
«Sei in grado di arrampicarti, Oceaniano?» domandò Ravenna. «Oppure questo è troppo, per
te?»
«Forse, dovresti rimanere sul fondo, perché quello è il tuo livello» risposi, e senza darle il
tempo di ribattere mi protesi ad afferrare il primo appiglio, cominciando l'ascesa dopo aver controllato
che il rotolo di corda fosse ben fissato alla cintura.
Per quanto alta solo pochi metri, l'altura era quasi verticale, ed era resa umida e scivolosa da un
ruscello che scorreva al suo interno. Sotto certi punti di vista, scalare la roccia era più facile che
arrampicarsi sul legno, perché c'erano più appigli, ma la pietra affondava maggiormente nelle mani e
nei piedi, soprattutto l'affilata roccia granitica dell'isola, cosa che mi indusse a essere lieto di aver
deciso di non togliermi le scarpe, anche se sciaguattavano a ogni passo per il fango e l'acqua che le
inzuppavano.
Mentre salivo, il mio universo si ridusse all'area di parete che avevo davanti, al cercare appigli
per le mani e per i piedi, al controllarne la resistenza e a inerpicarmi progressivamente verso l'alto con
spaventosa lentezza; una volta, nell'afferrare una sporgenza della roccia la sentii muoversi, e per un
terribile istante pensai che sarei precipitato; essa però non si staccò, e io rimasi immobile per un
momento, aggrappato alla parete, ignorando un sibilo impaziente da parte di Ravenna.
Poi l'ascesa terminò senza preavviso, e io mi issai sul bordo di terriccio dell'altura; a qualche
metro di distanza c'era una palma abbastanza robusta, intorno al cui tronco avvolsi e legai un'estremità
della corda, per poi gettare il resto giù lungo la parete.
«La tua mira è scadente quanto la tua capacità di seguire le piste» commentò Ravenna,
sollevandosi oltre il bordo e aggrappandosi a una radice per sostenersi, senza che io accennassi ad
aiutarla.
Intanto la corda si tese sotto il peso delle prime persone che cominciavano a risalirla. Dopo aver
ordinato a Ravenna di aspettarmi lì, sgusciai nella giungla senza attendere una sua risposta, con
l'intenzione di accertarmi che ci trovassimo nel punto giusto.
In effetti il burrone era proprio là, a pochi metri di distanza, ma nell'osservarlo dal riparo degli
alberi non riuscii a scorgere traccia di difensori. Questo mi parve strano, perché era impossibile che
quella via fosse stata lasciata sguarnita: anche ammesso che avessero eliminato le sentinelle di
Ukmadorian, senza dubbio Mikas e Laeas le avrebbero sostituite con i loro uomini.
Lentamente, mi spostai lungo il burrone, indietreggiando nella giungla quando esso cominciò a
snodarsi verso l'alto, esponendomi all'essere visto dal basso. Dov'erano i suoi difensori?
Qui doveva esserci una trappola, potevo sentirlo, quindi continuai ad avanzare con la massima
cautela, tendendo l'orecchio per cogliere qualsiasi rumore prodotto da eventuali difensori o dai nostri
uomini che stavano salendo lungo la corda.
D'un tratto, mi arrestai di colpo, con il cuore che mi martellava nel petto: davanti a me, a circa
dieci metri di distanza, c'era un albero nella cui ombra si celavano due persone, che sfoggiavano sulla
manica un gallone bianco. Più avanti ce n'erano delle altre, e a mano a mano che cominciai a cercarle,
non faticai a scorgerne anche sul lato opposto.
Laeas aveva predisposto una trappola, ed eravamo circondati.
Tornai al limitare dell'altura muovendomi con la massima rapidità concessami dalla prudenza, e
scoprii che là c'erano già dieci persone, compresa Palatine, a cui riferii ciò che avevo visto e quello che
sospettavo.
«Laeas è più intelligente di quanto credessi» commentò lei, «ma se ha piazzato quassù tanti
uomini, questo significa che deve averne di meno alla rampa. Cathan, intendo lasciarti qui con Ravenna
e con questi dieci. Uzakiah e io scenderemo e ci sposteremo per attaccare quanti sono sulla rampa.»
«Intendi lasciarci qui per farci eliminare dagli uomini di Laeas?» domandai.
«Se adesso ce ne andiamo tutti, gli uomini di Laeas penseranno che stiamo scappando, e ci
attaccheranno. Una volta scesa, manderò invece su un altro paio di uomini, per far credere loro che
stiamo salendo sempre più numerosi. Attacca non appena me ne sarò andata, e cerca di oltrepassare le
loro file per dirigerti verso la rampa. So che puoi farcela.»
Palatine attese quindi che l'uomo che si stava arrampicando arrivasse in cima, poi afferrò la
corda, mi rivolse un cenno del capo e si calò all'indietro giù dal pendio, sotto lo sguardo sorpreso di
Ravenna, che a quanto pareva non era capace di eseguire quel genere di manovra.
Quando mi sporsi a guardare oltre l'orlo del costone, Palatine era già arrivata in fondo; sciolta la
corda, gliela gettai giù, e dopo avermi rivolto un gesto di saluto lei guidò la colonna nella giungla,
lasciandomi con undici persone e alle prese con quella che equivaleva a una missione suicida, cosa che
mi augurai non avrebbe mai fatto se ci fossimo venuti a trovare impegnati in una vera battaglia.
Poi, mentre indugiavo in preda al panico, senza prendere nessuna iniziativa che contribuisse alla
nostra vittoria, l'aiuto di cui avevo bisogno mi venne dal fronte più inatteso.
«Non ti avrebbe mai assegnato questo incarico, se non avesse avuto la certezza che eri in grado
di assolverlo» affermò Ravenna, in un tono del tutto privo dell'abituale nota di sarcasmo. «Allora»
proseguì quindi, tornando a essere quella di sempre, «dobbiamo restare qui seduti senza fare niente?»
Ravenna aveva ragione: Palatine non delegava mai un incarico a meno che non fosse certa che
sarebbe stato eseguito, e io non avevo intenzione di venire meno alle sue aspettative. Questa era
l'esercitazione più importante che ci fosse stata assegnata fino a quel momento, e io ero deciso a
vincerla, per dimostrare a Mikas che lui non era il generale più abile e che la sua mafia cambressiana
non era il migliore staff di subordinati.
Dopo aver segnalato al mio gruppo di aspettare, mi avviai in esplorazione lungo la superficie
dell'altura per verificare quante sentinelle disposte da Laeas ci bloccassero il passo. Ne contai quattro,
che ci chiudevano ogni via di fuga ed erano tutte rivolte nella nostra direzione, con la spada in pugno...
fra loro senza dubbio anche Persea, che aveva finito per essere assegnata alla squadra di Laeas... e
decisi che avremmo attaccato quella posta più all'esterno, e quindi più lontano dall'aiuto dei suoi
compagni. Persea era appostata due alberi più avanti.
Raccomandai ai miei uomini di continuare a correre, perché non ci saremmo fermati a
soccorrere nessuno, e di cercare di evitare il combattimento, poi attaccammo in una singola carica,
scatenando il caos e la confusione nella giungla.
La sentinella venne colta di sorpresa, ma riuscì a lanciare un grido e a tentare di colpire
Ravenna prima che noi la raggiungessimo; Ravenna parò tuttavia l'attacco, e subito dopo altri due di
noi impegnarono la sentinella, eliminandola ben presto con un colpo che raggiunse il suo bracciale.
Immediatamente, nella giungla prima silenziosa eruppe un clamore di grida e di piedi in corsa, seguito
dall'apparizione di alcune figure che correvano verso di noi.
«Andate!» gridai, lanciandomi verso il riparo degli alberi, e sentii gli altri rispondere al mio
ordine, mentre le truppe di Laeas cercavano di tagliarci la strada.
D'un tratto, qualcuno emerse da dietro un cespuglio, proprio sulla mia strada e troppo tardi
perché potessi fermarmi. Io gli andai a sbattere contro... rendendomi così conto che si trattava di una
donna, che lanciò un grido nel cadere insieme a me in mezzo al sottobosco. Sentendomi sfuggire di
mano la spada a causa dell'impatto, mi protesi disperatamente per cercare di recuperarla, incontrando
però soltanto manciate di terriccio.
«Catturatelo!» gridò qualcuno.
Un momento più tardi mi sentii afferrare per le spalle e venni sollevato di peso da sopra colei
che mi aveva teso l'imboscata, che si sollevò a sedere ripulendosi gli abiti dalla polvere.
«Sei prigioniero!» esclamò uno dei miei catturatori.
Io tentai di fuggire, perché essere preso prigioniero era infinitamente peggio che essere
"ucciso", ma i miei sforzi risultarono inutili.
«Non cantate vittoria così presto!» ammonì una voce.
Nello stesso momento, uno dei miei carcerieri s'irrigidì e crollò al suolo, seguito un secondo più
tardi anche dall'altro; liberatomi con uno strattone, io ne approfittai per gettare al suolo la donna che mi
aveva teso l'imboscata, e subito dopo la spada della mia soccorritrice mise fuori combattimento anche
lei.
«Recupera un'arma!» mi gridò Ravenna.
Io raccolsi la spada più vicina, poi ci lanciammo di corsa nella giungla.
«Grazie» le dissi, quando infine ci fermammo a riprendere fiato; avevo il respiro affannoso e la
camicia fradicia di acqua e di fango, oltre che strappata da un lato.
Il nostro gruppo, originariamente composto da undici persone, arrivò alla rampa ridotto a nove
elementi e scoprì che era già in corso una battaglia: gli uomini di Laeas stavano venendo costretti ad
arretrare da un attacco in massa, ma erano ancora padroni del pendio.
Guardando verso il basso, io verificai che sulle maniche degli assalitori ci fossero tre galloni,
poi mi lanciai nel fitto della mischia, aggredendo alle spalle gli uomini di Laeas ed eliminandone uno
prima ancora che avesse la possibilità di girarsi. Lo schieramento di Laeas si era molto assottigliato e i
suoi uomini, ostacolati nei movimenti dai corpi inerti dei "morti", stavano cominciando a mostrare
segni di cedimento.
Quando infine la squadra di Palatine riuscì a passare, vidi Laeas, ormai rassegnato alla sconfitta,
andare a raggiungere un gruppo dei suoi uomini che stava venendo progressivamente circondato, e gli
lanciai una sfida.
«Con piacere, Cathan» accettò lui, «dato che stanotte sembri essere la mia nemesi.»
Più alto di me di tutta la testa, più largo di spalle e più forte, Laeas mi si scagliò contro, calando
la spada in un colpo che mi avrebbe gettato di certo a terra, se mi avesse raggiunto. Io però riuscii a
parare e a rispondere, cercando al tempo stesso di valutare la sua velocità di reazione. Senza dubbio, lui
era più riposato di me e non pareva essersi imbattuto in un numero altrettanto elevato di cespugli
spinosi nella prima fase dell'ascesa, almeno a giudicare dal fatto che la sua pelle non era coperta di
graffi quanto la mia. D'altro canto, quello era l'Arcipelago, il suo territorio d'origine, quindi lui era
molto più esperto di me nell'aggirarsi in quella giungla infernale.
Mentre paravo, a stento, l'attacco successivo di Laeas, un ruggito improvviso accompagnò
l'emergere delle truppe di Mikas dalla giungla, assetate di sangue e decise ad abbattere in pari misura
gli uomini di Palatine e quelli di Laeas.
«Dal momento che hai perso comunque, Laeas, che ne diresti di cambiare bandiera?»
domandai, con il respiro affannoso, nell'eseguire un affondo.
«È contrario alle regole» obiettò lui.
«In guerra non ci sono regole» ribattei.
Lentamente, sul volto di Laeas apparve un sogghigno divertito.
«Laeas per Palatine!» gridò poi. «Laeas per Palatine! Attaccate Mikas!
Attaccate Mikas.»
L'avanzata di Mikas subì una battuta di arresto quando le sue truppe si arrestarono in preda allo
sgomento, nel sentire la voce di Laeas echeggiare sul campo di battaglia, e per un momento il
combattimento cessò del tutto.
«Voi tutti, prendeteli!» ordinò Palatine, levando in alto la spada con un folle sorriso.
«Muovetevi!»
Fianco a fianco, Laeas e io ci girammo con la spada in pugno e ci scagliammo contro la prima
linea delle truppe di Mikas.
Quando ci abbattemmo su di essa, avvertii un violento impatto accompagnato dal martellare
delle nostre spade contro quelle dei nemici, rispetto ai quali godevamo del vantaggio del terreno più
elevato; per un momento, portammo avanti l'attacco da soli, poi tutt'intorno a noi affluirono altri
membri della squadra di Palatine e di quella di Leas. Quest'ultima era ridotta soltanto a dieci uomini,
ma il loro contributo, unito allo shock derivante dalla nostra improvvisa alleanza, fu sufficiente a far
volgere l'esito dello scontro a sfavore di Mikas che, fermo in mezzo al suo staff, che comprendeva
anche Darius, il cupo Cambressiano, aveva sul volto un'espressione furente.
«Arrendetevi!» gridai a mia volta, contagiato dal fervore della battaglia, con il sangue che mi
cantava nelle vene per l'esaltazione. «Arrendetevi!»
Infine, gli uomini di Mikas lasciarono cadere le armi, e Laeas mi afferrò un braccio con folle
entusiasmo e un sorriso da demone impazzito dipinto sul volto.
Adesso, soltanto Mikas e le sue guardie del corpo erano ancora armati, con Palatine e altri di
noi ad appena tre passi di distanza.
«Non ti resta che deporre a tua volta le armi, Mikas» consigliò Palatine, fermandosi. «Hai fatto
tutto quello che potevi.»
Mikas rifletté per un momento, poi scrollò le spalle e gettò al suolo la spada.
«Perché no» replicò. «Ci sarà sempre un'altra occasione. La battaglia era finita.»
«Palatine! Palatine! Palatine!» prese a inneggiare Laeas, subito imitato da Ravenna e dal resto
di noi, ancora accalcati sulla rampa e pieni dell'entusiasmo della battaglia, generando un clamore che
echeggiò per tutta la giungla. Non mi ero mai sentito tanto vivo, tanto pieno di eccitazione come in quel
momento, e per la prima volta mi resi conto di quale sensazione desse una vittoria. Questa battaglia era
stata priva di spargimenti di sangue, altre che avrei combattuto in futuro si sarebbero concluse fra
mucchi di cadaveri sparsi per il campo, ma anche in quel caso, alla fine dello scontro ci sarebbe sempre
stato un momento di esaltazione assoluta; la differenza fu che in questa occasione all'entusiasmo della
vittoria non seguì la deprimente necessità di verificare le perdite, per cui gli applausi e le grida
continuarono a protrarsi, perfino da parte degli uomini di Mikas, che arrivò ad abbracciare Palatine;
anche a parecchi metri di distanza da lei, non faticai a vedere quanto fosse soddisfatta del risultato
ottenuto.
Quando quell'entusiasmo fu sbollito, si fece avanti Ukmadorian, rimasto fino ad allora in attesa
in fondo alla rampa, insieme al suo staff.
«Dichiaro vincitore il gruppo di Palatine» proclamò il Prevosto, «anche se la cosa pare già di
per sé evidente.»
Nel discendere dalla collina, raccogliemmo lungo la strada le persone che avevamo messo fuori
combattimento durante gli ultimi scontri, poi ci radunammo sullo spiazzo erboso antistante gli edifici
della Cittadella, illuminato da un grande falò acceso nel centro e da torce fissate agli alberi su tutto il
perimetro, dove venne servito del vino ed ebbe inizio una festa vera e propria.
Io mi ritrovai a sorseggiare vino azzurro thetiano insieme a un gruppetto di persone che
includeva tutti i capi delle tre squadre, oltre a Persea, a Ghanthi e ad alcuni altri.
«A Cathan» disse Palatine, sollevando il bicchiere, «e alla sua lingua di velluto.»
Io arrossii violentemente, ma Laeas mi assestò una pacca sulla schiena, tanto energica che per
poco il bicchiere non mi sfuggì di mano, e mi disse di spicciarmi a bere il mio vino prima che lui lo
finisse tutto.
«Non protestare, amico mio» aggiunse. «Sei stato tu a convincermi a cambiare alleato.»
«La prossima volta, ricordatemi di corrompere in anticipo le persone giuste» interloquì Mikas,
che sembrava aver accettato abbastanza bene la sconfitta, almeno da quando era cominciata la festa.
«Palatine, la tua fortuna è sospetta.»
«Ah, ma io non sono abile nel pianificare quanto lo sei tu» concesse Palatine. «Ho vinto
soltanto grazie a Cathan, ma eri tu a meritare il trionfo.»
«Nessun piano sopravvive al primo contatto con il nemico. Io ho peccato di eccessiva astuzia»
replicò Mikas, ed era la prima volta che gli sentissi ammettere di aver sbagliato in qualcosa.
Poi ci spiegò quale fosse stato il suo piano, e subito dopo fu la volta di Palatine e di Laeas di
esporre il loro. Mentre gli altri parlavano, Persea mi avvicinò e insinuò il braccio sotto il mio.
«Per poco non ti ho abbattuto, nella giungla» mi sussurrò, «ma con nemici come Ravenna,
dubito che tu abbia bisogno di amici.»
«Non sono rimasto sorpreso quanto te.»
«Non saprei. Comunque, non credo che Ravenna ti odi tanto quanto tu odi lei.»
«È possibile, dato che è sempre lei ad avere la meglio.»
Ormai erano trascorsi quattro mesi dal mio arrivo alla Cittadella, e tuttavia le immagini relative
alla Crociata Arcipelaghiana erano ancora impresse dolorosamente nella mia memoria, tanto nitide che
non pensavo le avrei più dimenticate. Nel corso di quei mesi avevamo appreso di più sul conto degli
eretici, dei loro scopi, della loro struttura e organizzazione... e della loro storia; in aggiunta a questo, io
avevo letto tutti e tre i resoconti della Guerra Tuonetar da cima a fondo. La versione scritta da
Carausius era risultata una lettura più scorrevole rispetto alle altre due, ma alcune delle cose che avevo
letto avevano continuato a opprimere i miei pensieri, tanto che riuscivo a dimenticarle soltanto a tratti,
in situazioni come l'esercitazione di quella notte.
Che ne era stato di Carausius, alla fine? Aveva vissuto serenamente fino a tarda età con la sua
amata Cinnirra, oppure era caduto vittima delle epurazioni? E che dire dell'usanza avviata dal Dominio,
di affidare al gemello più giovane di ogni coppia di gemelli reali il compito di generare gli eredi
successivi... usanza che risaliva indubbiamente al fatto che il Sommo Prete dei maghi dell'Acqua era
sempre stato il fratello gemello dell'imperatore? Solo Thetis sapeva come facesse ogni generazione a
fornire due gemelli maschi.
Al di fuori delle ore di lettura, il mio talento nell'uso delle armi si era intanto sviluppato in
maniera esponenziale, tanto che adesso potevo tenere testa a Uzakiah con la spada ed ero bravo quasi
quanto Ghanthi nel tiro con la balestra; inoltre, avevo iniziato ad apprendere la difficile arte del
comando e della guerra per mare, su alcune piccole navi della flotta dell'Ordine e sulla corvetta. Sulla
terraferma, avevamo già sostenuto due esercitazioni, e Palatine era uscita vittoriosa da una di esse,
perdendo l'altra con un margine minimo. L'Ordine ci stava addestrando in ogni genere di guerra, oltre
che nelle arti dello spionaggio, dell'esplorazione e dello svolgimento di missioni sotto copertura, a
seconda dei nostri talenti personali. Io mi ero dimostrato decisamente abile nell'aggirarmi nell'ombra
senza farmi vedere, anche se non valevo altrettanto come combattente in campo aperto.
In quei mesi, Persea e io avevamo lentamente sviluppato una sorta di amicizia, peraltro non
troppo profonda, anche se mi piaceva e apprezzavo la sua compagnia; fra l'altro, lei mi aveva insegnato
quelle che gli Arcipelaghiani, essendo un popolo poetico per il quale l'amore era una forma di arte,
chiamavano le "arti della notte", campo in cui fino ad allora avevo avuto ben poche esperienze, e mi
aveva mostrato quanto potessero essere piacevoli. Palatine, dal canto suo, sembrava disinteressarsi del
tutto di questo genere di cose, al punto da indurmi a chiedermi se fosse vincolata da qualche obbligo
religioso; d'altro canto, questa non mi sembrava una giustificazione plausibile per il suo
comportamento, perché per ricordare una cosa tanto importante avrebbe senza dubbio dovuto prima
recuperare la memoria.
La notte dell'esercitazione dormii da solo, perché Persea, come la maggior parte del resto degli
abitanti della Cittadella, era impegnata a smaltire i numerosi bicchieri di vino azzurro che aveva
bevuto. Io invece me ne ero concesso soltanto uno, attento come sempre a non esagerare, perché se da
un lato il vino mi piaceva, d'altro canto gli orribili postumi di sbornia che mi provocava, se esageravo,
non valevano il gusto di berlo. Quando sentivo gli altri lamentarsi dell'emicrania indotta dai loro
eccessi notturni, pensavo sempre che non avevano mai avuto il piacere di sperimentare quella che
veniva a me, e senza neppure che la notte precedente avessi avuto la soddisfazione di ubriacarmi per
bene.
Dovevano essere le quattro o le cinque di mattina quando qualcuno mi scosse rudemente.
Aprendo gli occhi, ancora appannati dal sonno, vidi una figura indistinta avvolta in una lunga veste e
ferma accanto al mio letto, e per un momento cercai di ritrarmi in preda al panico, chiedendomi se
fossero arrivati gli uomini del Dominio...
«Devi venire per il test delle capacità magiche» disse la figura, placando immediatamente i miei
infondati timori.
Chiedendomi perché mai avessero dovuto venire a chiamarmi a quell'ora antelucana, quando il
cielo cominciava appena a rischiararsi, a oriente, mi vestii e seguii la figura... che non indossava una
veste ma soltanto una lunga tunica, che la mia vista appannata dal sonno aveva scambiato per
l'abbigliamento di un Inquisitore... fino alla torre di guardia inferiore, sul costone sovrastante la
Cittadella. Uno stretto sentiero si snodava fra gli alberi, ma il fitto sottobosco minacciava di protendersi
a invaderlo e nell'arco di pochi metri io fui di nuovo fradicio... non che essere bagnato mi desse
fastidio, ciò che non mi piaceva era soltanto la soffocante umidità che regnava nella giungla,
soprattutto a quell'ora della giornata, in cui l'aria era piuttosto fredda.
La torre di guardia era un tozzo edificio a due piani, fatto di pietra grigia coperta di rampicanti;
due torce, infilate in appositi sostegni, ardevano ai lati della porta, e sulla soglia un membro dello staff
mi segnalò di entrare e di scendere nel sotterraneo.
Dentro, mi venni a trovare in una stanza rotonda arredata come una sala di guardia, con una
sedia e alcuni tavoli, ma del tutto deserta. In un angolo, una scala a spirale scompariva nell'oscurità
sottostante, e fu con un lieve tremito di anticipazione, che si sovrapponeva all'eccitazione che ancora
mi derivava dalla vittoria, che cominciai a scendere i gradini fino a venirmi a trovare all'estremità di un
lungo corridoio fiocamente illuminato, che si stendeva sotto la giungla. Che scopo potevano avere
sotterranei tanto grandi, in un edificio del genere?
«A destra, prego» chiamò qualcuno.
Imboccai quindi la prima porta che riuscii a individuare sulla destra, che si apriva su una stanza
ancora più buia, rischiarata soltanto da un globo argenteo che fluttuava a mezz'aria, sopra un cerchio di
pietra nera incastonato nel pavimento.
Ravenna era in piedi al suo interno, scalza, con un assistente alla sua sinistra, e il suo volto era
atteggiato a un'espressione del tutto neutra, come se fossimo stati due estranei.
«Togliti le scarpe ed entra nel cerchio» mi ordinò.
Io mi sfilai i sandali, constatando che il pavimento era gelido e umido, e che la superficie
all'interno del cerchio, per quanto asciutta, sembrava essere ancora più fredda; su di essa non c'erano
segni di sorta, neppure graffi.
Ravenna intercettò e trattenne il mio sguardo; senza preavviso, un intenso fruscio prese a
echeggiarmi di colpo nella mente, come se un intero fiume stesse scorrendo dentro di essa.
Seguì una sorta di scossa, tanto che mi parve che tutti i miei nervi prendessero fuoco, i muscoli
mi si contrassero spasmodicamente per poi irrigidirsi, e davanti a me Ravenna sgranò gli occhi in
un'espressione di assoluta sorpresa. Mentre restavo fermo là, paralizzato e incapace perfino di urlare,
pervaso da una sofferenza di cui non avevo mai sperimentato l'uguale in tutta la mia vita, mi parve che
sulla sua pelle danzasse una sorta di luce argentea. Quelle sensazioni scomparvero improvvise
com'erano insorte, e quando i muscoli mi si rilassarono io crollai al suolo inerte, come le vittime del
combattimento di quella sera.
Accanto a me, Ravenna si accasciò a sua volta, ma dopo un momento riuscì a issarsi a sedere.
«Cathan, si può sapere chi sei?» sussurrò, in tono stupefatto e incredulo.
CAPITOLO TREDICESIMO
L'assistente si fece subito avanti per aiutarci ad alzarci, ma Ravenna lo prevenne.
«Per favore, puoi far venire subito qui Ukmadorian?» gli chiese. L'uomo annuì e uscì dalla
stanza. Io avevo l'impressione che tutti i muscoli del mio corpo fossero esausti e volessero riposare; per
qualche motivo, adesso la stanza mi sembrava molto più luminosa di prima, ma la mia spossatezza era
tale che non me la sentivo neppure di cercare di girare la testa per vedere da dove venisse quel chiarore.
«Stai bene?» domandò Ravenna, sinceramente preoccupata.
«Sono... molto... stanco» risposi, pieno di frustrazione per il fatto di riuscire a stento a parlare.
«Deve essere una reazione di qualche tipo alla magia» replicò lei. «Sai se tuo padre è un
mago?»
«Non so... chi è mio padre.»
Ravenna mi sollevò, liberandomi dalla scomoda posizione in cui mi trovavo, e mi puntellò
contro la parete, seduto; adesso la stanchezza stava cominciando ad attenuarsi, ma io non cercai ancora
di muovermi. A quanto pareva, quella di essere aiutato da Ravenna stava diventando un'abitudine.
«Vuoi dire che Elnibal non è tuo padre?» insistette lei.
«No. Allora sono un mago?» replicai, facendo fatica a credere a una cosa del genere. La testa
mi girava ancora, al punto che arrivai perfino a chiedermi se tutto questo stava succedendo davvero o
se stavo dormendo ed era tutto un sogno.
«Sì, e molto potente, per di più. La magia ti scorre nel sangue: non hai soltanto un talento innato
per il suo impiego, è come se tu fossi in parte magico... non so come spiegarlo.»
Un momento più tardi, Ukmadorian apparve sulla soglia.
«Nel nome degli Elementi, cosa è successo?» esclamò.
«Cathan non è ciò che sembra essere» spiegò Ravenna, sollevando lo sguardo su di lui, ancora
seduta per terra e all'apparenza per nulla infastidita dal freddo. «Ha la magia che gli scorre in tutto il
corpo, in un modo di cui non ho mai visto l'uguale.»
«Ti dispiace se faccio una verifica?» mi chiese Ukmadorian.
«No.»
Lui prese fra le sue una delle mie mani inerti, e subito dopo avvertii una versione più ridotta
della scossa che avevo provato quando Ravenna mi aveva testato, solo che questa volta non ci fu
dolore.
«Incredibile» mormorò Ukmadorian, un momento più tardi.
Io dovetti ripetere anche a suo beneficio che Elnibal non era mio padre, e riferirgli tutto quello
che mi era stato detto in merito alle mie vere origini.
«La tua situazione è uguale a quella di Palatine. Lei non ha talento magico, ma nel suo sangue
c'è una traccia della stessa cosa che abbiamo riscontrato nel tuo. Suppongo che entrambi discendiate da
una famiglia che conta maghi potenti fra i suoi più immediati antenati, o che siate in parte esseri
elementali.»
«Ma solo gli imperatori thetiani sposavano esseri elementali» obiettò Ravenna.
«Questo è quello che mi preoccupa» annuì Ukmadorian; poi proseguì, rivolto a me: «Nel tuo
sangue c'è una forte componente d'Acqua, che sembra avvalorare questa ipotesi. Di norma, il talento
magico non è specifico, e se lo si possiede si può imparare a lavorare con qualsiasi Elemento.»
«Non possiamo discuterne in un altro momento, zio?» intervenne Ravenna. «Cathan è stato
quasi disintegrato dal test, e questa stanza non è un ambiente molto salutare.»
«Sei in grado di camminare?» mi chiese Ukmadorian.
Io mi stavo riprendendo dalla spossatezza, e pur sentendomi ancora fisicamente esausto,
ritenevo di poter riuscire a raccogliere le energie necessarie ad alzarmi.
«Appoggiati a me» offrì Ravenna, e per la seconda volta mi aiutò ad alzarmi in piedi. Perché di
colpo si era fatta così disponibile e gentile? Dipendeva dal fatto che finora si era sentita in vantaggio,
mentre ora io disponevo dei mezzi per tenerle testa, alla pari?
«Andate in una delle stanze superiori, o state un po' all'aperto, se preferite» suggerì
Ukmadorian. «Voglio vedervi tutti e due domani, prima di pranzo.»
Nella stanza del piano superiore incrociammo Laeas, che aveva l'aria assonnata di chi si è
appena svegliato, ma prima che potesse fermarsi a parlare, l'assistente gli segnalò di scendere di sotto.
Adesso che non avevano più l'aiuto di Ravenna, avrebbero dovuto accelerare il ritmo dei test... ma
perché lei aveva smesso?
Ci sedemmo su una panca nella stanza al pianterreno, che era intensamente illuminata e doveva
essere stata usata per immagazzinarvi il vino, almeno a giudicare dai frammenti d'imballaggio sparsi
sul pavimento.
«Davvero sai solo dove vivevano i tuoi genitori ma ignori chi fossero o cosa facessero?»
domandò Ravenna.
«Tutto quello che so, è ciò che ho riferito a te e a Ukmadorian, cioè quello che mio padre mi ha
detto.»
«Avrei giurato che eri un Arcipelaghiano purosangue... addirittura un Thetiano. Se si sa quali
caratteristiche cercare, è facile vedere la differenza.» «Tu da dove vieni?» chiesi. «Hai la pelle di un
colore diverso, rispetto al resto degli Arcipelaghiani.»
«Per ordine di Ukmadorian, non mi è permesso dire da dove vengo, ma dubito che si tratti del
tuo stesso posto di provenienza, perché è impossibile che Elnibal sia stato là.»
«Però sei un'Arcipelaghiana» insistetti, «o comunque non sei una Continentale.»
«Davvero percettivo, da parte tua.»
Seguì una pausa di silenzio che si protrasse per alcuni minuti.
«Adesso mi addestreranno come mago?» domandai, infine.
«Sì, con me» rispose Ravenna.
«Significa che mi userai ancora come vittima su cui esercitare la tua arguzia?»
«Come, la cosa non ti diverte?» replicò lei, con un sorriso malizioso... il primo sorriso
veramente spontaneo che le avessi mai visto sfoggiare.
Il mattino successivo non ci fu il consueto addestramento con la spada e noi tutti dormimmo
fino a mattina inoltrata, recuperando le ore di sonno che avevamo perduto mentre ci davamo la caccia a
vicenda nella foresta; nel pomeriggio, ci saremmo riuniti nella Grande Sala per analizzare come si era
svolta l'esercitazione, poi ci sarebbero state altre sessioni riservate rispettivamente ai gruppi di
comandanti e ai soldati semplici.
Prima, però, io e Ravenna fummo convocati alla presenza di Ukmadorian.
Quando arrivai nel suo luminoso e ben arieggiato studio, sul lato del promontorio che dava sul
mare, scoprii che Ravenna era già là, seria e contenuta come sempre, anche se per una volta non mi
salutò con una frase offensiva, cosa che mi parve incoraggiante. La notte precedente ero rimasto
sveglio per qualche tempo a interrogarmi sul suo comportamento, senza però riuscire a spiegarlo.
Inoltre, nonostante le provocazioni di cui mi aveva fatto oggetto, non ero più certo di detestarla ancora,
e la cosa che mi lasciava più frustrato era la mia incapacità di comprenderla, o almeno di capire cosa
pensassi di lei.
Ukmadorian mi ricevette appoggiato allo schienale della sua poltrona imbottita, un
atteggiamento simile a quello che aveva tenuto sulla nave. Prima di allora, non ero mai stato nel suo
studio, e rimasi sorpreso dalla scarsità degli arredi, che si limitavano a una scrivania, un paio di sedie,
alcune librerie di legno dipinto e un tavolinetto per i liquori. Le pareti erano tinteggiate di un semplice
azzurro chiaro, e la sola decorazione erano alcune piante, in un angolo; grandi finestre occupavano tutta
una parete e si affacciavano su un piccolo balcone che sporgeva dall'altura, anch'esso ricolmo di piante.
Al di là di questo, l'occhio spaziava sull'abbagliante distesa dell'oceano.
«Buon giorno, Cathan» mi salutò il Prevosto. «Siediti.»
Io mi sedetti su una delle sedie, dall'altra parte della scrivania rispetto a lui, consapevole che
Ukmadorian ci teneva molto alla forma, come dimostrava la sua insistenza perché lo chiamassimo
sempre "Prevosto".
«Sulla base di quello che è successo la scorsa notte nella torre, appare evidente che sei un mago
di un genere che non avevamo mai visto prima. Il tuo talento è rivolto all'Acqua, ma dovresti poter
imparare a dominare qualsiasi altro Elemento, considerato che alcune persone possono imparare a
usarne più di uno, come per esempio sa fare Ravenna.»
«Quindi posso essere addestrato nella magia dell'Ombra, del Vento, dell'Acqua... di qualsiasi
Elemento?» domandai, sentendomi confuso a causa di quello che mi era stato detto un mese prima,
quando mi avevano spiegato in maniera implicita che un mago poteva utilizzare soltanto un elemento.
«Qualsiasi Elemento... solo che sarai più potente nell'impiego dell'Acqua» confermò
Ukmadorian. «Sarebbe però uno spreco trasferirti adesso alla Cittadella dell'Acqua, e del resto, avendo
nel sangue un talento come il tuo, dovresti riuscire a imparare tutto da solo, una volta che ti siano stati
insegnati i principi di base di un qualsiasi Elemento... per esempio l'Ombra.»
Io stavo ancora facendo fatica a credere a quello che sentivo. Mi sembrava di trovarmi
all'interno di una fantasticheria infantile, del genere che probabilmente tutti sogniamo a occhi aperti, in
un momento imprecisato della nostra vita... quella di scoprirmi improvvisamente dotato di incredibili
poteri. Nel mio caso, però... possibile che mio padre si fosse davvero imbattuto in qualcuno dotato di
quel genere di potere in un oscuro villaggio di Tumarian? E se davvero avevo la magia nel sangue, che
ne era stato dei miei genitori, che di certo dovevano essere dotati di strani poteri, quali che fossero?
Come avevano fatto a perdermi?
«Cathan, vuoi essere addestrato come mago?» domandò Ukmadorian, e quando aprii la bocca
per rispondere avventatamente, si affrettò a sollevare una mano in un gesto di avvertimento,
aggiungendo: «Se lo vuoi, devi prima diventare un membro a pieno titolo dell'Ordine e votarti alla
causa eretica. Questo significa che non potrai succedere a tuo padre come Conte di Lepidor, perché un
mago è un elemento troppo prezioso per sprecarlo in un angolo del mondo dove il Dominio non
costituisce una seria minaccia.» Quelle parole mi sconvolsero nuovamente, perché non avevo avuto
idea che diventare un mago mi avrebbe portato a un impegno così assoluto e totale, anche se suppongo
che avrei dovuto prevedere che gli eretici avrebbero voluto accertarsi della mia fedeltà.
«Non dovrò trascorrere tutto il mio tempo su quest'isola, vero?» domandai.
Adoravo quel posto, ma l'idea di rimanere per anni e anni su un'isola così piccola, con un
numero limitato di persone come unica compagnia, aveva il potere di angosciarmi.
«No, se non lo vorrai. Non ti sto chiedendo di decidere subito, ma la scelta ultima spetta a te.
Hai il potenziale per diventare uno dei maghi più potenti che abbiamo mai avuto, così come Palatine è
uno dei migliori condottieri che io abbia mai visto, e restando con noi avrai molte più possibilità di
poter colpire il Dominio di quante ne avresti in qualsiasi altro modo. Se invece sceglierai di rifiutare...
rimarrai qui per un anno, come tutti gli altri, e poi tornerai a casa, ma prima dovremo fare in modo che
tu non possa mai usare i tuoi poteri contro di noi.»
Rabbrividii, cogliendo i sottintesi impliciti in quell'ultima affermazione: dopo tutto, non mi
stavano davvero offrendo una possibilità di scelta. Potevo unirmi a loro, oppure perdere i miei poteri e
tornare a casa, un'alternativa che in realtà non avrebbe dovuto sorprendermi, considerato quanto era
scarso il loro numero.
Il vero problema, però, era che cosa avrei fatto, in qualità di mago. Cosa facevano Chlamas e
gli altri maghi, quando non erano impegnati a insegnare sull'isola? Io non avevo nessun desiderio di
fare l'insegnante, volevo vedere il resto di Aquasilva e vivere appieno la mia vita.
«Posso pensarci sopra?» domandai.
«Sì, ma non metterci troppo a decidere, perché se dovremo addestrarti sarà necessario
cominciare il più presto possibile. Ora puoi andare. Ravenna, tu rimani, per favore.»
Lasciai la stanza con la mente in subbuglio, e andai a cercare Palatine, che rintracciai sulla
spiaggia, insieme a Persea e a Laeas.
«Cathan!» mi chiamò, quando ero ancora a una certa distanza, agitando un braccio per
segnalarmi di avvicinarmi. «Dove sei finito, la scorsa notte? Dopo che sei andato nella torre, non ti
abbiamo più visto.» «Mi hanno chiesto se voglio essere addestrato come mago» spiegai, rimanendo
impassibile in volto. «Che ne direste di darmi qualche amichevole consiglio?»
«Dici sul serio?» domandò Persea.
«Certamente. Perché non dovrei? Potrei diventare il mago più potente che si sia visto da
decenni.»
«Stai inventando tutto!» mi accusò Palatine, in tono sospettoso.
«Niente affatto! Ravenna ha perfino smesso di fare commenti offensivi, perché ha paura di
doversi addestrare con me» dichiarai.
Soltanto allora si decisero a credermi. Persea mi abbracciò con forza e Laeas mi assestò un'altra
delle sue pacche sulla schiena... ormai cominciavo ad abituarmi a quel grosso, folle Arcipelaghiano e
alle sue manifestazioni di entusiasmo.
«Perché hai bisogno del nostro consiglio, riguardo all'addestramento?» chiese Palatine, quando
l'entusiasmo iniziale si fu esaurito.
Io spiegai loro ciò che Ukmadorian mi aveva detto.
«Quanto desideri diventare un conte?» domandò Laeas.
«Mi piacerebbe succedere a Elnibal» risposi, «ma il titolo non è sempre ereditario, e mio padre
potrebbe scegliere qualche altro membro della famiglia, anche se credo che gli dispiacerebbe farlo,
dopo tutti gli anni che ha dedicato al mio addestramento a succedergli. Comunque, ciò che mi
preoccupa non è tanto questo, quanto la prospettiva di rimanere bloccato su quest'isola e di dover
trascorrere qui la maggior parte del mio tempo, addestrandomi o facendo chissà che altro. Inoltre, non
voglio diventare una pedina che Ukmadorian e il Consiglio degli Elementi possano muovere a loro
piacimento, mentre mi sembra che i maghi migliori siano sempre sotto il controllo del Consiglio, senza
avere nessuna libertà di scelta.»
«Hanno paura di perdere i pochi maghi validi di cui dispongono» interloquì Persea. «Per questo
li proteggono, con il risultato che non vengono mai utilizzati in nessun modo.»
«Io non voglio essere protetto» protestai.
«E non lo vuole neppure Ravenna» annuì Persea. «Per questo discute di continuo con
Ukmadorian, e in un paio di occasioni è venuta ai ferri corti anche con il Consiglio. A quanto ho capito,
per qualche motivo l'hanno costretta a condurre una vita molto limitata, e adesso vuole il permesso di
andarsene, ma siccome hanno paura di perderla, loro non la lasciano partire.»
Io non avevo mai visto Ravenna dissentire da Ukmadorian, né avevo notato tracce di tensione
fra loro; anzi, lei mi era parsa sempre un'obbediente suddita del Consiglio e di suo "zio"... che adesso
sapevo non essere tale... il Prevosto.
«Come fai a saperlo?» domandò Palatine.
«Siamo amiche... in un certo senso. Lei non è come voi tutti la vedete, ha un temperamento
degno di un vulcano e ha il sangue molto caldo, ma non riesce a vedere il modo di sottrarsi alla morsa
di Ukmadorian, perché per loro è troppo preziosa.»
Ravenna? Possibile che Persea stesse parlando della stessa persona che io conoscevo? La sola
idea mi lasciava stupefatto e incredulo... come poteva Ravenna avere due facce così discrepanti, ed
essere sempre riuscita a non lasciarmi neppure intravedere una di esse? Inoltre, se davvero lei stava
avendo tante difficoltà con il Prevosto e il Consiglio, questo non lasciava presagire molto bene per il
mio futuro.
«Cathan, faresti una cosa per me, sulla fiducia?» chiese d'un tratto Palatine.
«Che cosa, esattamente?»
«Accetta l'addestramento magico, impara tutto quello che puoi e anche di più, diventa il più
potente mago dell'Ombra che si sia mai visto, o comunque ciò che ti permetteranno di diventare
nell'arco di un anno. In cambio, ti prometto che farò in modo di evitare che alla fine ti costringano a
rimanere qui; se poi non dovessi riuscirci, rimarrò anch'io con te.»
«Allora, hai intenzione di dirglielo?» domandò Laeas, che se ne stava disteso sulla sabbia con
un'espressione appagata sul volto.
«Non vedo nulla di male a farlo» replicò Palatine, scrollando le spalle.
«È una cosa a cui ho cominciato a pensare fin da quando ci hanno mostrato tutti quei libri.
Cos'hanno fatto gli eretici, da allora? Uccidono qualche Esarca, magari anche qualche Primate, e si
accertano che la gente ricordi tutto questo» spiegò, abbracciando con un gesto della mano gli edifici
della Cittadella, l'isola e le bandiere che sventolavano sugli edifici. «Forse riescono anche a influenzare
alcune persone, qua e là, a tenere sotto controllo qualche fanatico. Al di là di questo, però, non stanno
crescendo, giusto? Ukmadorian non ci vuole dire quanti siano gli eretici, ma io credo che non siano
molti.»
Interrompendosi, Palatine tracciò una rozza mappa sulla sabbia, con un dito.
«Noi siamo qui, da qualche parte nell'Arcipelago» proseguì, infilando più volte il dito nella
sabbia per dare l'impressione di una massa sparpagliata di isole, poi tracciò un cerchio nel centro,
aggiungendo: «E qui c'è Thetia. Nell'Arcipelago, la popolazione è costituita in prevalenza da eretici,
circa un milione di persone più quelle che si trovano nel Qalathar. Quanto a Thetia... chi può saperlo?
Se si deve credere a Ukmadorian, là sono tutti pazzi. Poi c'è il resto del mondo: Equatoria, Huasa,
Nuova Hyperia, Oceanus... nove milioni circa di persone, e fra loro quanti sono gli eretici? Alcune
decine di migliaia, non di più.»
Tornando a raddrizzarsi, lasciò vagare per un momento lo sguardo su di noi.
«Cosa otterremo, se pure riusciremo a uccidere i capi del Dominio?» chiese quindi. «Non
importerà a nessuno e magari servirà solo a irritarli maggiormente, dando agli Inquisitori la scusa per
bruciare altre persone. La maggior parte del mondo non conosce altri dèi, quindi come facciamo a
convertirlo? Mostrando a tutti la sceneggiata di Chlamas?» continuò, in tono sprezzante. «Non mi
sembra una cosa molto utile.»
A questo punto, Palatine fece una breve pausa, e Laeas ne approfittò per interloquire.
«Quello che hai detto è vero, Palatine» affermò, «ed è il motivo per cui non possiamo vincere...
perché il Dominio è molto più grande di noi.»
«Perché il Dominio è in grado di scatenare queste crociate e di uccidere le persone che non gli
vanno a genio?» domandò Palatine.
«Perché utilizza gli Halettiti, e truppe scelte fra i nemici delle loro vittime» rispose Persea.
«Esatto, perché tutti gli altri si combattono sempre a vicenda» convenne Palatine, calando con
forza il pugno sulla sabbia. «Gli Halettiti combattono contro i Tanethani, Cambress è in lotta con Mons
Ferranis, Taneth contrasta Cambress e aiuta Mons Ferranis, e Oceanus se ne sta isolato nel nord a
rimuginare, mentre i Thetiani passano tutto il loro tempo a portare a letto gli uni le mogli degli altri.
Quanto all'Arcipelago... qui giocano tutti alla caccia al tesoro.»
Noi l'ascoltammo in silenzio, catturati dal suo magnetismo e in attesa che arrivasse al dunque;
Palatine era molto abile nel parlare, sia che si trattasse di convincerci della fondatezza delle sue idee o
di raccontare una barzelletta durante la cena.
«Allora, cosa succederebbe se tutti si alleassero fra loro? Innanzitutto, non aiuterebbero più il
Dominio contro i loro vicini, perché i capi delle singole nazioni non lo permetterebbero. Non possiamo
sperare di coinvolgere anche gli Halettiti, perché sono convinti di essere il dono fatto da Dio ad
Aquasilva, ma quanto a tutti gli altri... se si unissero, avrebbero il controllo dei mari, e neppure
Lachazzar e la sua brigata di fanatici possono viaggiare, se non per mare.»
«Il Dominio schiaccerebbe qualsiasi stato, o capo di stato, che minacciasse di diventare troppo
potente» obiettò Laeas. «La Quarta Crociata è stata causata proprio da questo.»
«Gli Halettiti sono la chiave di tutto» affermò Palatine, cambiando posizione per sedersi a
gambe incrociate sulla sabbia; lei pareva incapace di stare immobile, e anche quando non camminava,
armeggiava sempre con qualcosa. «Presto il Dominio non riuscirà più a controllarli, perché hanno già
conquistato tutto il possibile, e il re vorrà ancora di più, adesso che Eshar è tornato... e su cosa può
marciare, se non su Taneth? Non c'è altro posto dove possa procurarsi delle mante.»
Protendendosi in avanti, Palatine fece un buco nella sabbia, proprio nel mezzo dello
scarabocchio che rappresentava Equatoria.
«Credi che attaccherà Taneth?» domandò Laeas.
«Tu che ne pensi?» ribatté Palatine. «Dove altro può andare? Gli basterà mandare Eshar, con un
centinaio di migliaia di uomini, e per Taneth sarà la fine» aggiunse, coprendo di sabbia il buco che
aveva appena fatto. «Naturalmente, il Dominio non vuole questo, ma cosa può fare per impedirlo?»
proseguì, scrollando ancora le spalle. «Gli Halettiti hanno le truppe necessarie, quindi il Dominio può
soltanto cercare di ritardare le loro mosse, niente di più, perché se dovesse aiutare Taneth perderebbe
l'appoggio degli Halettiti. E dopo che Taneth sarà caduta, tutti si renderanno conto di poter essere
invasi a loro volta, per cui dichiareranno guerra ad Haleth.»
«Tu stai facendo affidamento sulla caduta di Taneth per la riuscita del tuo piano» protestò
Persea, inorridita. «È la tua città, e tu sei pronta a sacrificarla?»
«Questa è soltanto teoria, che Hamilcar ha sempre ritenuto plausibile, e comunque non sono
nata a Taneth» ribatté Palatine, guardando verso Persea con aria di sfida. «Come facciamo a fermarli?
Il Consiglio dei Dieci controlla la città, ed è composto da grassi mercanti a cui non importa nulla tranne
la loro borsa» continuò, in tono acceso. «Io non sono un nobile mercante, quindi cosa posso fare per
fermarli? Hamilcar ci ha provato, e ha forse ottenuto qualche risultato? No.»
«Perché non tentare di assumere il controllo di Haleth?» suggerì d'un tratto Laeas. «È un solo
stato, e potrebbe probabilmente distruggere il Dominio con un solo colpo.» «Ci ho pensato, ma poi mi
sono resa conto di quanto gli Halettiti odino gli stranieri... e poi, loro sono il nemico. Se ce ne
servissimo, tutti gli Esarchi superstiti scatenerebbero una Crociata, e ci troveremmo con un'altra guerra,
morirebbero troppe persone, alla fine gli Halettiti verrebbero comunque sconfitti, e noi cosa avremmo
ottenuto? Saremmo al punto di partenza» concluse, con una nota definitiva nella voce, a indicare che
per lei quella non era una via praticabile.
«Credo di capire il tuo piano» affermò Persea, «e in linea di principio sono d'accordo con te. Ma
chi potrebbe unire tutti sotto la sua guida? I re diffidano gli uni degli altri, non c'è più un Pharaoh, e
l'Imperatore Thetiano è un megalomaniaco violento che gode nel veder soffrire la gente. Nessuno sano
di mente sarebbe disposto a seguire proprio lui.»
«Ho pensato anche a questo, ma è una cosa complicata, che attualmente richiederebbe troppe
spiegazioni» sorrise Palatine. «A dire il vero, non sono ancora giunta a una decisione, ma ci arriverò
presto» aggiunse, poi ripiegò le mani in grembo e guardò verso di me, domandando: «Allora, Cathan,
sei disposto a sottoporti all'addestramento?»
Io pensai a ciò che Palatine stava proponendo, e lo paragonai alle alternative. Per quanto il suo
piano avesse alcuni aspetti quasi incredibili, io avevo fiducia in lei ed ero convinto che prima o poi
avrebbe avuto l'opportunità di riuscire, perché i suoi piani parevano funzionare sempre. Quello della
notte precedente era stato insolito, e alla fine aveva dato i risultati sperati. Volevo davvero venire meno
a lei e agli altri, per trascorrere tutto il resto della mia vita a Lepidor? Quella era stata la mia massima
aspirazione prima di arrivare su quell'isola, ma adesso c'erano altre opportunità, altre cose che potevo
fare, e la mia vita futura non sembrava più così bene avviata sul suo sentiero originario. La sola cosa
che mi preoccupava era mio padre, perché aveva faticato molto per cercare di fare di me un governante
e non volevo deluderlo... ma, d'altro canto, Palatine aveva promesso che sarebbe riuscita a farmi andare
via di lì, e comunque avevo davanti parecchi mesi di tempo, prima di cominciare a preoccuparmi del
futuro.
«Sì, lo farò» risposi, infine.
«Allora ti prometto che, quando ce ne andremo, sarai libero di recarti dove vorrai. Laeas,
Persea, voi siete testimoni del mio impegno.»
«Testimoni» replicarono tutti e due, all'unisono.
«Andrò a informare Ukmadorian della mia decisione solo questo pomeriggio» affermai. «Non
adesso, perché la mia fretta potrebbe sembrare sospetta.» «Dovresti imparare a conoscere meglio
Ravenna» suggerì Persea. «Lei non ti odia, e ha bisogno di un alleato. Chlamas è Arcipelaghiano,
quindi naturalmente ama stare qui, oltre a essere ossessionato dalla prospettiva di riuscire a entrare nel
Consiglio, e l'altro mago non vale molto. Lei ti può aiutare.»
«Non sono stato certo io a insultarla gratuitamente, la prima volta che ci siamo incontrati»
protestai, avendo l'impressione che Persea stesse cercando di scaricare tutto il biasimo su di me.
«Credo che lei abbia una motivazione per tutto questo, Cathan, e spero che prima o poi tu venga
a conoscerla.»
Il suono di una campana in cima all'altura, segnale che il pranzo era pronto, interruppe la nostra
discussione.
«Facciamo una gara fino alla Cittadella?» propose Laeas. «Via!»
E partì di corsa, lasciando il resto di noi a seguirlo come poteva; quando finalmente lo
raggiungemmo, in cima, lo trovammo sdraiato sull'erba, per far finta di essere lì da parecchio tempo.
Quel pomeriggio sul tardi, dopo la conclusione dell'analisi dell'esercitazione, tornai di nuovo
nello studio di Ukmadorian.
«Avanti» disse, quando bussai. «Ah, Cathan. Hai deciso in fretta.»
«Quante alternative avevo?» ribattei, essendo quella la sola risposta che potevo dare alla sua
velata minaccia di quella mattina. Poi, più formalmente, aggiunsi: «Vorrei essere addestrato come
mago.»
«Eccellente» approvò lui, con un ampio sorriso e con quella che mi parve una soddisfazione
eccessiva. «Dell'Ombra?»
Mi sarebbe piaciuto moltissimo distruggere quel suo autocompiacimento e rispondere che
volevo fare pratica con il mio Elemento naturale, l'Acqua, ma quella era una scelta che non avrei mai
preso davvero in considerazione, perché ormai conoscevo quel posto e mi ero fatto degli amici, per cui
non volevo barattare tutto questo per un luogo estraneo e molto più grande.
«Seguirai le lezioni insieme a Ravenna, ogni sera dopo che gli altri saranno andati a letto.
All'inizio lo troverai stancante, ma dopo qualche giorno scoprirai che i maghi dell'Ombra hanno
bisogno di pochissime ore di sonno.»
Ukmadorian era sinceramente contento, e i suoi modi erano di nuovo cordiali, senza più
nessuna traccia delle pressioni che aveva esercitato in precedenza su di me; quella era però una cosa
che non avrei dimenticato tanto presto, come non avrei scordato ciò che Persea mi aveva detto in
merito all'oppressione da lui fatta su Ravenna.
«Quanto tempo richiede l'addestramento di un mago?» domandai, fingendo di adattarmi al suo
comportamento cordiale. «O, per meglio dire, come funziona la magia?»
«In pratica, addestri la mente a usare il suo potere per influenzare le cose esterne al tuo corpo.
La maggior parte degli incantesimi si basa sull'Ombra, anche se ci sono cose possibili ai maghi di
qualsiasi elemento. Naturalmente, la magia dell'Ombra è limitata durante il giorno e molto più potente
di notte, al contrario di quella degli altri Elementi, che non dipendono dalla luce o dall'oscurità.»
«E quanto tempo richiede l'addestramento?»
«Qualche settimana per apprendere i concetti di base, poi anni per affinare i propri talenti,
assimilare tutti i comandi per le abilità più complesse... dovrai imparare a pensare in maniera diversa...
e apprendere come utilizzare la magia nella pratica. Entro la fine del primo anno, acquisirai la
padronanza di tutte le tecniche, ma sarai ancora inesperto e non molto abile nel manipolarle e nel
regolare te stesso. Poiché utilizzerai la tua stessa mente come canale, ci saranno delle restrizioni in
merito a quanto potere potrai gestire: quanto più potenti sono le tue tecniche, tanto maggiore sarà la
quantità di potere che potrai gestire, prima che lo sforzo di incanalarlo ti sfinisca.»
«È stato per questo che mi sono sentito così spossato, la scorsa notte, dopo il test?»
Ukmadorian annuì.
«Ravenna doveva verificare se eri in grado di incanalare il potere» spiegò, «quindi ne ha fatto
affluire una notevole quantità attraverso il tuo corpo, attingendolo dalla pietra del pavimento, che è una
sorta di congegno per l'immagazzinamento della magia. Se tu non avessi avuto talento magico, il potere
ti avrebbe attraversato per tornare in lei e da lì rifluire nella pietra. A causa del tuo talento, tu invece lo
hai istintivamente incanalato, e ti sei esaurito per lo sforzo perché non eri abituato a gestirlo. Ne
parleremo ancora domani sera, ora hai bisogno di riposare per riprenderti dalla scorsa notte.»
Consapevole di essere stato appena congedato, mi volsi e lasciai la stanza, rendendomi conto di
essere quanto mai impaziente di provare a usare la magia. Forse si trattava della prospettiva di avere
tanto potere a mia disposizione, o del fatto che, indipendentemente da chi fossi davvero per nascita, la
magia mi avrebbe permesso di diventare... in senso fisico... una delle persone più potenti di Aquasilva,
forse non quanto lo scomparso Carausius, i cui talenti erano stati straordinari, ma comunque un mago
di notevole potere. Se poi il primo stadio del misterioso piano di Palatine avesse funzionato, e fossi
stato in grado di scegliere dove andare, non mi sarei più trovato bloccato su quell'isola, a fungere da
galoppino per il Consiglio degli Elementi, ma avrei potuto vagare per tutto Aquasilva e contribuire a
elaborare la strategia che avrebbe infranto una volta per tutte il potere del Dominio.
Ero appena arrivato in fondo al corridoio, e stavo per imboccare quello successivo, quando vidi
Ravenna emergere, letteralmente, dall'ombra.
«Seguimi!» ingiunse, e io obbedii, percorrendo con lei quel corridoio, attraversando
l'anticamera principale della Cittadella e scendendo i gradini che portavano ai moli del porto, ora
deserto.
«Hai accettato?» mi chiese, quando mi ritrovai in piedi, senza fiato e di nuovo confuso, su uno
dei moli di pietra.
«Sì» risposi.
«Sì!» ripeté lei, con un accenno di sorriso su quel volto perennemente serio. «Cathan, sei un
vero salvatore. Qualcuno ti ha detto cosa penso di quel vecchio caprone e del suo Consiglio di pecore
belanti?» continuò, in tono di rovente disprezzo, senza più traccia della deferenza che le avevo visto
dimostrare fino a quel momento. Per la prima volta, stavo sentendo la sua "vera" voce, non i toni secchi
e scanditi che usava di solito.
«Lo ha fatto Persea. A proposito, la tua definizione mi piace.»
«Bene! È più di quanto meritino... non sarebbero capaci neppure di gestire un tempio,
figuriamoci un'organizzazione eretica! Non mi meraviglia che non abbiano ancora vinto. Ora
ascoltami: passeremo insieme molti mesi, imparando le vie della magia, perché finora lui non mi ha
ancora insegnato quasi nulla. Chlamas e Jashua, il mago più anziano, saranno quasi sempre i nostri
insegnanti; Chlamas riferisce ogni cosa a Ukmadorian e al Consiglio, mentre Jashua è innocuo e
abbastanza simpatico. A volte, a impartirci le lezioni sarà il caprone capo in persona, ma più avanti
dovremo fare da soli, perché ci sono dei limiti a ciò che può essere insegnato.»
A quel punto Ravenna fece una pausa, all'apparenza incerta su che altro dire.
«Senti» proseguì poi, «mi dispiace se quello che sto dicendo ti infastidisce, e non so se ti
piaccio o no, ma non è questo ciò che conta. Nessuno di noi due vuole restare qui, quindi tanto vale
lavorare insieme. Io cercherò di non essere più tanto aspra in futuro, ma loro non si devono accorgere
che stiamo collaborando, quindi la situazione fra noi dovrà apparire inalterata. So che non ti sono
simpatica, ma... mi vuoi aiutare?»
«Lo farò» garantii dopo un momento, sentendomi piuttosto confuso.
«Cerca di dimenticare tutto quello che abbiamo detto, elabora i tuoi progetti con gli altri, e alla
fine di quest'anno sfuggiremo alle loro grinfie.»
«Ottimo.»
Ravenna si allontanò in fretta per tornare alla Cittadella. Nel guardarla andare via, mi chiesi se
sarei riuscito a sopportare le sue provocazioni per un anno, e al tempo stesso sentii crescere la mia
perplessità per ciò che lei aveva detto, senza che mi venisse in mente di domandarmi cosa avrei avuto
da guadagnare dal nostro accordo. Dopo un po', tornai sulla spiaggia seguendo il tragitto più lungo,
ancora oppresso dalla sensazione che tutto fosse molto confuso, anche dopo che tutti avevano fatto del
loro meglio per spiegarmi ciò che stava succedendo.
CAPITOLO QUATTORDICESIMO
Stavo avanzando con cautela lungo il corridoio, la balestra nascosta sotto il mantello, avvolto in
una nube d'ombra; poco più avanti, alcuni soldatimaghi erano di guardia davanti alla porta della stanza
in cui il mio bersaglio stava tenendo una riunione.
Io non avevo però nessuna intenzione di passare dalla porta; adesso che sapevo in quale stanza
si trovava il mio bersaglio, tornai indietro lungo il corridoio, fino al cortile, deserto come lo erano
anche le stanze che si affacciavano su di esso. In precedenza, avevo forzato la serratura di una di esse, e
adesso la porta si aprì non appena girai la maniglia in senso opposto a quello normale, permettendomi
di sgusciare in quella che doveva essere una camera da letto non utilizzata, o qualcosa di simile.
La grande finestra sulla parete opposta aveva le imposte chiuse, ma anche al buio non ebbi
difficoltà a individuare il chiavistello e a sollevarlo; la finestra si aprì, rivelando un ampio quadrato di
cielo nero, punteggiato di stelle e colorato dalle nubi di polvere interstellare. Quella notte, la luna non
c'era, ed era per questo che l'avevo scelta per il mio tentativo, perché il buio avrebbe facilitato la mia
fuga.
Oltre la finestra, l'altura si ergeva a picco sul mare, che in quel punto era insidioso e pieno di
scogli, letale per chiunque fosse caduto troppo vicino alla riva.
Sciolta la corda che avevo con me, fissai al davanzale il rampino alla sua estremità, mi infilai un
paio di guanti neri, controllai l'equipaggiamento e balzai sul davanzale, attento a mantenere l'equilibrio.
Avvolta la corda intorno alle mani, mi sedetti con le gambe che penzolavano nel vuoto e poi, badando a
mantenere la presa sulla corda, mi spostai fino a trovarmi appeso. Dopo essermi concesso un attimo di
pausa, per placare la tensione che mi derivava dall'essere sospeso in quel modo sopra il mare letale, che
si stendeva ai piedi dell'altura, procedetti con calma a fare ciò che dovevo, lieto ancora una volta di
quello speciale addestramento che Ukmadorian aveva impartito a quelli che erano i più agili e
silenziosi fra noi; per lo più, si era trattato di lezioni faticose e sgradevoli, soprattutto l'addestramento
alla fuga, ma negli ultimi giorni avevano dato i loro risultati.
Lentamente, mi calai lungo la corda fino a toccare con i piedi il minuscolo dislivello fra la base
del muro e il bordo dell'altura; soffermandomi per un momento, sempre appeso alla corda, sfilai da una
sacca che portavo alla cintura due cuscinetti cosparsi di resina, che infilai sopra i guanti.
Quella resina aveva le caratteristiche di una colla molto potente che asciugava in fretta, e mi
avrebbe permesso di tenermi alle pareti mentre mi spostavo lungo lo stretto costone, a patto però che
mi muovessi in fretta, perché se mi fossi soffermato troppo in un punto la resina si sarebbe incollata al
muro, e comunque entro breve tempo si sarebbe asciugata, perdendo la sua collosità.
Accostata la mano alla parete, alla mia sinistra, sentii il cuscinetto aderire, poi mossi i piedi e
l'altro braccio, spostandomi di lato come un granchio. Adesso mi trovavo al di sotto del livello delle
finestre, quindi la luce che usciva dalla maggior parte di esse non poteva raggiungermi, e a causa del
buio così intenso non rischiavo di essere avvistato dall'unica, annoiata sentinella di guardia sulla
balconata fino a quando non le fossi arrivato molto vicino.
A mano a mano che procedevo verso il bersaglio, sentii la resina che cominciava ad asciugarsi,
e cercai di muovermi più in fretta che potevo.
Poi udii un passo sopra di me, sulla sinistra, e subito m'immobilizzai; al rumore non seguirono
però grida d'allarme, né una freccia, quindi dopo un momento mi azzardai a guardare verso l'alto,
attraverso le sbarre della balaustra, scoprendo così che la sentinella si era seduta con la schiena rivolta
alla casa, in modo da guardare verso il mare.
Ero giunto alla parte più difficile dell'operazione, scavalcare la balaustra di legno senza
allarmare la sentinella; per fortuna, avevo portato con me una cerbottana e una piccola scorta di dardi
trattati... un'arma sempre utile.
Mi ci volle solo un momento per prendere la cerbottana, caricarla con un minuscolo dardo e
scagliarlo contro il braccio nudo della sentinella, che si colpì il punto offeso con la mano, in un gesto
irritato che fece staccare e cadere il dardo.
«Dannati insetti» mormorò.
Io rimasi immobile, sempre più ansioso a causa della resina, finché non vidi la testa della
sentinella che si abbassava, a indicare che quell'uomo sarebbe rimasto immerso per parecchie ore in un
sonno profondo.
Cercai allora di staccare i cuscinetti, e imprecai sommessamente nello scoprire che si erano
incollati al muro; questo mi costrinse a spezzare i lacci per liberare le mani, aggrappandomi poi subito
alla balaustra per non precipitare.
Fatto questo, mi bastò un minuto per issarmi oltre la balconata e accoccolarmi vicino alla porta,
aperta per lasciar passare un po' d'aria; con cautela, mi arrischiai poi a sbirciare oltre lo stipite,
consapevole che anche a quella distanza, i maghi di guardia avrebbero potuto individuare la mia vista
d'ombra.
Intorno al tavolo c'erano sei o sette persone, alcune con la schiena rivolta verso di me, altre
girate nella mia direzione, ma tutte intente a osservare qualcosa che era steso sul piano del tavolo; in
mezzo a tanta gente, mi fu necessaria una seconda occhiata per riuscire a identificare il mio bersaglio.
Cercando di muovermi il più silenziosamente possibile, sciolsi quindi la corda che avevo legata alla
vita, sganciai la balestra appesa alla cintura e la caricai con una freccia fatta di foglie pressate...
un'eccellente imitazione
non letale di una vera quadrella.
Quando fui pronto mi sporsi oltre lo stipite, presi la mira e tirai.
Nella frazione di secondo prima di scattare in piedi, vidi la freccia colpire il bersaglio e
assaporai l'espressione sgomenta apparsa sul volto delle altre persone della stanza, poi intorno a me
scoppiò l'inferno e io fui costretto a spiccare la corsa verso la balaustra, balzando sulla sua ampia
sommità e tuffandomi in mare, il più lontano possibile dalla base dell'altura, proprio mentre la più
veloce fra le guardie arrivava alla porta.
L'acqua era calda ma cupa, e nel momento in cui ne trapassai la superficie cambiai angolazione
per non andare a sbattere contro il fondo, perché anche se ero riuscito a cadere lontano dalle rocce, lì il
fondale era profondo appena sei metri. Abbandonando balestra, corda e ogni altra attrezzatura,
cominciai a nuotare il più in fretta possibile lontano dalla Cittadella, diretto verso l'estremità opposta
della spiaggia, facilitato dal fatto che ero in grado di respirare sott'acqua, un talento che avevo sempre
avuto; scoprire che anche Palatine ne era dotata non mi aveva particolarmente sorpreso.
«Eccoti, finalmente!» esclamò Ghanthi, quando riaffiorai. «Spicciati, lassù stanno letteralmente
impazzendo. Lo hai centrato?»
«Sì.»
Sul volto di Ghanthi apparve un ampio sorriso, mentre ci allontanavamo di corsa nella giungla,
diretti verso il campo di Palatine: adesso la vittoria era quasi certa.
«Ben fatto, tutti quanti» approvò Ukmadorian, raggiante.
La Grande Sala era piena al massimo della sua capacità, in quanto erano presenti tutti i novizi
dell'Ordine dell'Ombra, insieme a buona parte dello staff e degli aiutanti della Cittadella, che si
tenevano lungo il perimetro della stanza. I posti della prima fila erano occupati da noi membri del
Commando dell'Ombra, tutti molto soddisfatti di noi stessi: Palatine, Mikas, Laeas, Ravenna, Ghanthi,
Darius, Uzakiah, Telelea, Kuamo, Moastra, Jiudan e io. Per la prima volta in tre anni, uno degli ordini
aveva vinto tutte le esercitazioni della "guerra" che veniva combattuta fra i novizi e gli ordini eretici.
Noi avevamo sconfitto la Terra, il Vento e, nell'ultima battaglia, l'Acqua.
Per me, quella era stata una delle cose più soddisfacenti che avessi mai fatto. Adesso i membri
dell'Ordine dell'Acqua avevano cessato la loro temporanea occupazione della Cittadella per tornare alla
loro isola, ed era giunto il momento delle congratulazioni.
Infine Ukmadorian ci congedò, e noi ci riversammo tutti fuori, sotto il sole del pomeriggio, ora
che l'ultimo grande evento della nostra permanenza alla Cittadella si era concluso. Ormai rimanevano
meno di dieci giorni alla data fissata per la partenza di tutti, dopo una cerimonia in cui saremmo stati
confermati come membri dell'Ordine dell'Ombra, avendo concluso il nostro noviziato; a bordo della
Stella d'Ombra, avremmo poi iniziato il lungo viaggio di ritorno a casa, non più inesperti adolescenti
ma eretici ben addestrati e indottrinati.
E con un po' di fortuna, il numero di coloro che sarebbero partiti avrebbe incluso anche me e
Ravenna.
«Qualcuno viene a fare una passeggiata sulla seconda spiaggia?» propose Palatine.
Laeas, Mikas e Ghanthi assentirono, e insieme ci avviammo lungo il limitare della foresta per
raggiungere la spiaggia che si allargava dopo il primo promontorio, dove avremmo trovato poca gente e
ci sarebbero state scarse probabilità che orecchi indiscreti ascoltassero i nostri discorsi. Ormai Mikas si
era fermamente convertito alla causa di Palatine, fin da quando lei aveva conseguito la prima, brillante
vittoria a spese dell'Ordine della Terra, quattro settimane prima, ed era stato messo al corrente di parte
del piano che lei aveva elaborato, anche se al riguardo non ne sapeva quanto me. Palatine lo trattava
come un suo pari, sebbene fosse evidente che, fra i due, lei era il comandante più capace, ma del resto
nel corso delle esercitazioni Palatine non trattava mai nessuno come un inferiore, ma solo come un
subordinato.
«Una cosa che Cathan ci ha dimostrato, è quanto possiamo essere vulnerabili all'assassinio»
osservò Mikas. «Dopo che abbiamo ucciso tutti i capi dell'Elemento della Terra, quel comandante
dell'Acqua ha schierato intorno a sé più guardie di quante ne abbia lo stesso Primate, però Cathan è
riuscito lo stesso a eliminarlo e a farci vincere la guerra.»
«È stato un grosso rischio» ammonii. Dopo la conclusione dell'operazione, infatti, avevo
scoperto un migliaio di piccole cose che sarebbero potute andare storte, ma che per qualche motivo
avevano funzionato, un migliaio di cose che avrei dovuto correggere se mi fossi mai trovato a dover
ripetere una manovra di quel genere.
«Però ci sei riuscito» insistette Mikas, «e il Dominio deve avere una scorta inesauribile di
sicari.»
«Non la definirei inesauribile» obiettò Laeas. «Senza dubbio, ne avrà molti a disposizione, ma
pochi abbastanza abili.»
«Pochi e molti sono termini relativi, quando si tratta del Dominio.»
«Ci vuole un ladro per prendere un altro ladro» sorrise Ghanthi. «Nel tempo che il Dominio
impiegherà per preoccuparsi abbastanza da accorgersi di noi, Cathan avrà addestrato interi contingenti
di assassini-maghi.»
«Non ti pare di essere un po' troppo ottimista? I maghi disponibili non sono quasi sufficienti a
organizzare una cena di gruppo, tanto meno a fondare un corpo di assassini... e poi, non ho intenzione
di essere un assassino.»
«Senza dubbio la cosa ti ha divertito.»
«È stato divertente, ma non credo che proverei la stessa cosa, se dovessi usare una quadrella
vera.»
«Pensa alla Crociata» mi ricordò Laeas.
Pensa alla Crociata. Aveva ragione: se immaginavo di assassinare capi del Dominio per
vendicarmi della Crociata, la mente mi si schiariva e questo mi facilitava spaventosamente l'idea di
portare a termine la mia missione.
«Essere un mago è molto più utile, però» osservò Ghanthi. «E disponendo di due maghi...
ebbene, con il vostro aiuto avremo il mondo intero ai nostri piedi.»
Io ebbi l'impressione che stesse facendo del sarcasmo, ma scelsi di non rispondere nello stesso
tono.
«Sempre che ci si riesca a tollerare a vicenda per un periodo di tempo anche minimo» replicai,
ricordando le frequenti discussioni che io e Ravenna avevamo avuto nel corso dell'anno.
«Tu e Ravenna?» esclamò Palatine, in tono incredulo. «Non c'è bisogno che fingiate, almeno
con noi.»
«Questo cosa vorrebbe dire?» domandai, mentre cominciavamo a risalire il costone che
separava le due spiagge.
«Ah! È ovvio che passi più tempo a usare il tuo potere magico invece del cervello. Senza
dubbio sai anche tu quanto ti piace la sua compagnia.»
«Piacermi la sua compagnia?» ripetei. «Ma se litighiamo quasi ogni volta che ci vediamo!»
«Allora diciamo che senza dubbio sai quanto ti piace litigare con lei.»
«Ne sei certa?» domandò Ghanthi, in tono perplesso, mostrando un po' più di sanità mentale.
Persea e io avevamo smesso di frequentarci qualche settimana prima, ma Palatine era stata
presente quando lei ci aveva parlato dell'altro lato della natura di Ravenna, per la quale io non avevo
però mai provato nessun particolare sentimento, tranne il mio odio iniziale nei suoi confronti, a cui si
erano poi aggiunti alcuni violenti disaccordi in merito alle sfumature degli insegnamenti di
Ukmadorian.
«Non è un po' fredda?» domandò Laeas, e subito aggiunse: «Quando non è infuriata,
naturalmente.»
Rendendomi conto che Palatine non aveva detto nulla agli altri, aprii bocca per farlo io, ma
all'ultimo momento preferii tacere.
Nel frattempo, eravamo arrivati in cima al costone e stavamo percorrendo lo stretto sentiero che
scendeva il pendio dell'altura, verso la spiaggia; Laeas procedeva per primo, seguito da Palatine e da
Mikas, mentre io e Ghanthi venivamo per ultimi. D'un tratto, Palatine perse l'equilibrio, probabilmente
a causa di un ciuffo d'erba che la fece scivolare.
Io la vidi incespicare e sbilanciarsi, pendendo pericolosamente da un lato, e grazie al fatto che la
mia vista era potenziata dall'Ombra, di giorno come di notte, mi resi conto prima degli altri del fatto
che sarebbe caduta; per quanto fulminei, i miei riflessi non furono però abbastanza veloci, e nel
protendermi per cercare disperatamente di afferrarla, incitando al tempo stesso Mikas a fare altrettanto,
ebbi l'impressione di muovermi con esasperante lentezza. E arrivai troppo tardi.
Palatine precipitò oltre il bordo dell'altura e atterrò sulla sabbia, sei metri più in basso, con un
tonfo nauseante.
«Oh, per Althana, no!» esclamò Mikas, protendendosi nel vuoto.
Laeas, che aveva cominciato a voltarsi appena un secondo prima, vide cosa era successo e si
bloccò a metà del gesto, paralizzato dall'orrore.
Riscuotendomi per primo, li spinsi da parte, badando a non farli cadere a loro volta, e discesi di
corsa il sentiero fino a trovarmi ad appena un paio di metri di altezza rispetto alla sabbia, poi spiccai un
salto e continuai a correre, raggiungendo il corpo inerte di Palatine quando gli altri non erano ancora
neppure alla fine del sentiero.
Lei era distesa supina, inerte, con gli occhi vitrei che fissavano il cielo. Evidentemente, la
sabbia le aveva in certa misura attutito la caduta, dato che respirava ancora; ringraziando ogni potere
divino per il fatto che era viva, chiamai a gran voce Ghanthi, che fra noi era il più veloce nella corsa.
«Va' a chiedere aiuto e fa' venire un guaritore professionista!» ordinai.
Annuendo, lui risalì di corsa il sentiero, proprio mentre gli altri venivano a raggiungermi.
«È ancora viva» osservò Mikas.
«Intendo cominciare a esaminarla io stesso, perché temo non ci sia il tempo di aspettare un
guaritore» replicai.
Noi tutti avevamo ricevuto un addestramento medico di base, ma non era a esso che intendevo
ora fare ricorso. Afferrata nelle mie la mano di Palatine, chiusi gli occhi e svuotai la mente di ogni
pensiero estraneo; mi ci erano volute settimane di esercitazioni per riuscire a farlo a mio piacimento, e
ancora adesso non mi era del tutto facile.
Poi, come aveva fatto Ukmadorian con me, inviai la mia consapevolezza lungo il collegamento
creatosi fra noi, riempiendo il corpo di lei con potere magico che, non trovando vie di sfogo, mi
permetteva di "vedere" in un altro modo. In questo modo sondai il suo scheletro, che fluttuava
nell'assoluta oscurità della mia mente come un contorno argenteo all'interno del suo corpo; avendo
constatato che, grazie a Thetis, non c'erano ossa rotte, mi concessi l'equivalente mentale di un sospiro
di sollievo, pur chiedendomi al tempo stesso come fosse possibile un simile miracolo: cadendo da
quell'altezza, Palatine avrebbe dovuto spezzarsi l'osso del collo, mentre io non riuscivo a individuare
sul suo corpo la minima frattura.
Passai quindi a un altro livello, esaminando i tessuti e il sangue, e per la prima volta vidi ciò di
cui avevano parlato Ukmadorian e Ravenna, quell'elemento alieno, residuo di generazioni di maghi
presenti fra i suoi antenati. A quanto pareva, i muscoli della schiena erano stati danneggiati
dall'impatto, ma non pareva che si trattasse di una lesione particolarmente seria. Di che cosa era fatta
Palatine? Nel corso di quell'anno lei non si era ammalata neppure una volta, mentre quasi tutti gli altri
di noi avevano contratto qualche malattia, sia pure di poco conto, e adesso era riuscita a rimanere illesa
dopo essere precipitata da un'altura.
Esaminati i muscoli, scesi quindi al livello successivo, più profondo, quello della mente, quel
regno che solo i maghi della mente erano in grado di influenzare, e che io potevo soltanto esplorare,
senza però poter fare nulla per alterarlo. Là io non avevo una forma separata, ero soltanto un essere che
abbracciava l'interezza dello spazio indefinibile. Addentrarmi in quel regno non era soltanto pericoloso,
era anche un'intrusione, ma sentivo il bisogno di controllare se là si era verificato qualche danno.
Nella mia esplorazione trovai qualcosa che non ci sarebbe dovuto essere, un muro che
occludeva una parte di lei, ma al tempo stesso constatai che quella barriera era stata gravemente
indebolita e che adesso frammenti della sua memoria potevano filtrare al di là di essa.
Rimaneva ancora un regno, oltre a quello della mente, la dimensione dell'anima, ma si trattava
di un luogo dove nessuno aveva il potere, o il diritto, di andare.
Lentamente, procedetti a ritroso attraverso i vari livelli, fino a essere di nuovo solo, poi infransi
la barriera che teneva isolata la mia mente e le permisi di espandersi di nuovo, aprendo gli occhi e
accasciandomi lievemente in avanti nel lasciar andare la mano di lei.
«Cathan!» esclamò Laeas, la cui voce pareva giungere da molto lontano. Faticosamente, ritrovai
il controllo e abbassai lo sguardo sul corpo comatoso di Palatine.
«Come sta?» chiese Mikas, che aveva perso l'abituale impassibilità e appariva spaventato e
preoccupato.
«È incredibile, ma sta bene» risposi.
Entrambi emisero un profondo sospiro di sollievo, mentre io mi sedevo con le spalle appoggiate
a una roccia, disponendomi ad attendere i guaritori che avrebbero provveduto a spostare Palatine.
Finché Palatine non si svegliò, Mikas, Laeas e io rimanemmo al suo capezzale, in una piccola
stanza adiacente l'infermeria; Ghanthi invece rimase fuori, badando a tenere calmi tutti gli altri e
accontentandosi di dare un'occhiata all'interno a frequenti intervalli, senza però lasciar passare nessun
altro, con la sola eccezione di Ravenna, che venne a vedere Palatine due volte, tesa e stanca in volto
com'era ormai da alcuni giorni.
Era ormai notte inoltrata, e da tempo ci eravamo fatti portare lì la cena, quando finalmente
Palatine emerse dal coma; i suoi occhi si aprirono e lei ci fissò con una strana espressione, ma fu
soltanto dopo un paio di minuti che riuscì finalmente a parlare.
«Orosius» sussurrò, con voce debole.
Noi ci scambiammo un'occhiata allarmata. Avendola esaminata, io ero certo che non ci fosse
stata un'altra perdita di memoria, perché non avevo visto tracce di danni seri, quindi non riuscivo a
capire il perché di quel nome.
«Siamo noi, Palatine» disse Laeas. «Cathan, Mikas e io.» Palatine si girò a guardare verso di
me.
«Tu gli somigli» affermò, «così tanto che non capisco come ho fatto a non accorgermene
prima.»
Ma di cosa stava parlando? Pensava che l'imperatore fosse presente, oppure conosceva un altro
Orosius?
«Palatine, sai dove ti trovi?» domandò Mikas.
«Alla Cittadella... ma quale Cittadella?» rispose lei, sollevandosi sui gomiti e scuotendo il capo,
con aria ancora molto stordita.
«È la Cittadella dell'Ombra, Palatine» intervenni io. «Quale altra potrebbe mai essere?»
Mikas intanto si alzò per andare a chiamare un guaritore, ma Palatine lo bloccò con un secco
ordine.
«Fermo!» ingiunse, con voce ancora debole, nella quale si avvertiva una tenue nota di protesta.
«Non sono pazza.»
«Allora di cosa stai parlando?»
«Di quello che ora ricordo, e che mi appare chiaro quanto voi tre, che siete qui intorno a me:
Cathan alla mia sinistra, Laeas alla mia destra e Mikas vicino alla porta.»
«Chi erano i tuoi genitori?» domandai, temendo la risposta che avrei ricevuto.
«Mio padre era Rheinhardt Canteni, presidente del Clan Canteni. Mia madre...»
Interrompendosi, Palatine si portò una mano alla testa, poi proseguì: «Mia madre è Neptunia
Tar'Conantur, sorella del vecchio Imperatore Perseus. Io sono nata il quindicesimo giorno dell'estate
dell'anno 2572, nel Palazzo Imperiale di Selerian Alastre.»
«Ho capito bene?» domandò Ravenna. «Palatine sostiene di essere il capo repubblicano thetiano
che è stato assassinato lo scorso anno?»
Ravenna mi aveva intercettato quando avevo lasciato la stanza di Palatine per andare a riposare
un poco, e adesso ci trovavamo in uno degli alloggi inutilizzati attraverso cui ero passato due notti
prima. La camera era immersa nell'oscurità più assoluta, ma io ero in grado di vederla con chiarezza,
anche se in tonalità di grigio, come attraverso un filtro.
«Ravenna, il mago della mente l'ha esaminata di nuovo: lei è assolutamente convinta di quello
che afferma.»
«C'è però il piccolo problema costituito dal fatto che Palatine Canteni è stata seppellita con tutti
gli onori diciotto mesi fa. Ukmadorian ha fatto con discrezione qualche indagine presso la Cittadella
dell'Acqua, e pare che il corpo che hanno sepolto fosse senza dubbio quello di Palatine Canteni.»
Quelle indagini indirette erano state necessarie perché alla Cittadella dell'Ombra non c'erano
Thetiani, che odiavano ancora troppo i Tuonetar.
«Quanto è coerente?» chiese ancora Ravenna.
«Non molto. Ricorda chi era, e qualche altro dettaglio sparso, qua e là, e non ha dimenticato
nulla del presente.»
«Non rammenta come ha fatto a finire in alto mare al largo di Equatoria? Hamilcar l'ha raccolta
vicino a Taneth soltanto una settimana dopo che Palatine Canteni è stata assassinata in Thetia, e
nessuna manta mai esistita avrebbe potuto trasportarla così lontano in una sola settimana. Questo
significa che ha volato, o che sta fingendo.»
Attraversare metà del mondo in una settimana... no, neppure i Thetiani potevano viaggiare così
veloci, ma chi altri poteva essere Palatine? Senza dubbio era una Thetiana purosangue, addestrata a
comandare e con una conoscenza perfetta della lingua thetiana... che lei aveva sfruttato a nostro
vantaggio nelle finte battaglie contro le altre Cittadelle.
Soprattutto, per quanto mi riguardava, lei era il solo collegamento che avessi con la mia vera
famiglia, e quella era una cosa che nessuno poteva negare, dopo averci visti insieme.
«Chi credi che sia, allora? Una spia del Dominio che ha passato gli ultimi cinque anni
addestrandosi per poter essere qualcun altro, in modo da infiltrarsi nel Casato Barca?» «Certo non nel
Casato Barca, ma fra di noi! Il Dominio è capacissimo di cose del genere.»
«Stai dicendo che è fasulla?» domandai.
«No, sto dicendo che ci siamo fidati di lei, le abbiamo permesso di guidarci, e tutto questo senza
neppure sapere chi sia davvero. Meglio andare sul sicuro che poi doversi pentire.»
«E cosa proporresti di fare? Portarla dall'imperatore e chiedergli se può confermare di
conoscerla?»
«Certo che no, razza di idiota. È inutile coinvolgere in questa faccenda più Thetiani di quanto
sia necessario.»
«A proposito, cos'è che avete contro i Thetiani?» chiesi. «Ukmadorian ama sottolineare che noi
non abbiamo nulla a che vedere con i Tuonetar, ma poi non perde la minima opportunità per svilire i
Thetiani, cosa che fai anche tu.»
«Lui è un Halettita, e a loro non piacciono i Thetiani... o forse questo è un concetto troppo
complicato per il tuo cervello?»
«Vuoi smetterla di ridicolizzare la mia intelligenza? Tu non vivi certo su un piano più elevato
dell'esistenza!»
«Questa sera sembri manifestare un'assoluta mancanza di capacità di riflessione.»
«Oggi Palatine è caduta da un'altura. Chiedo scusa, se manco di concentrazione!»
«La tua congiunta sostiene di essere imparentata con l'imperatore; non solo, ma sostiene anche
di essere una martire thetiana, tornata dalla morte per salvarci dal Dominio.»
«Si chiama vendetta. Il Dominio odia i repubblicani thetiani quasi quanto li detesta l'imperatore,
e nessuno dei due ha avuto il minimo scrupolo ad assassinare suo padre.»
«È strano che lei stesse già complottando contro di loro prima di ritrovare la memoria. Sei
proprio certo che l'avesse perduta, e che non sia soltanto un'abilissima attrice che ha recitato questo
ruolo per ingannarci?»
«Possibile che ci debba essere una motivazione recondita per tutto?» protestai.
«Sono alquanto sospettosa, di fronte a una repubblicana thetiana risorta, che si è addossata la
missione di salvarci tutti dal Dominio. Proprio una Thetiana, fra tutti i popoli che ci sono! Tutto quello
a cui riescono a pensare i Thetiani è bere e organizzare orge.»
«È per questo che non ti piacciono? Il tuo popolo è costituito forse soltanto da paragoni di virtù,
che non bevono, non hanno relazioni e non perdono mai l'occasione di criticare gli altri?» mi infuriai,
poi feci una pausa ed esclamai: «Per l'amore di Thetis, non so neppure da dove vieni! Non sarai per
caso originaria di Worldsend, vero?»
«Il mio popolo costruiva città quando il tuo ancora conosceva soltanto capanne di tronchi, poi
siete arrivati voi e avete distrutto tutto» ribatté Ravenna, in tono altrettanto incandescente, ma subito
dopo s'interruppe, perché entrambi cominciavamo a renderci conto di quanto fosse stupida quella
discussione, che l'aveva portata a rivelare qualcosa che non aveva avuto intenzione di dire.
«Distruggere tutto?» ripetei, infrangendo il pesante silenzio pieno di disagio che era calato fra
noi. «Non sapevo che fossi così strettamente imparentata con i Tuonetar.»
«I Tuonetar non sono il solo popolo più antico dei Thetiani» rispose lei, all'apparenza dimentica
del fatto che io, di Thetiano, avevo soltanto il sangue.
La storia del Qalathar risaliva a oltre duemila anni prima, e quello era l'unico luogo più antico
del Tuonetar a cui mi riuscisse di pensare, ma Ravenna non era una Qalathari, almeno non pura, perché
aveva la pelle troppo chiara e le ossa troppo fini.
«Allora, di dove sei?» insistetti, sperando che questa volta lei non innalzasse il solito muro di
silenzio.
«Tu lo chiameresti Qalathar Superiore, ma noi lo chiamiamo Tehama.»
CAPITOLO QUINDICESIMO
La mia principale reazione fu di sconcerto, anche perché quel giorno la mia mente non
sembrava essere molto sveglia. Infatti, perché sorprendermi tanto, considerato tutto quello che la gente
mi aveva detto fino a quel momento? E, soprattutto, perché supporre che sia pure uno solo dei miei
amici potesse essere un individuo qualsiasi? Dopo tutto, ero abbastanza disposto ad accettare il fatto
che Palatine sostenesse di essere la cugina dell'Imperatore Orosius, pur non sapendo in che misura ero
disposto a crederle; infatti, sebbene la stessa Ravenna avesse sottinteso che Palatine poteva essere
davvero quella che sosteneva di essere, a me la cosa continuava ad apparire dubbia.
Naturalmente, avevo già sentito in precedenza il nome dei Tehama, quello di un popolo che si
era schierato con i Tuonetar nel corso della Guerra; dopo aver vinto, i Thetiani avevano reagito
isolando completamente i Tehamani e distruggendo ogni loro mezzo di comunicazione con il mondo
esterno. Avendo finora vissuto quasi completamente isolati sul loro pianoro montano, com'era possibile
che esistessero ancora, dopo duecentocinquant'anni?
«Non è la tua giornata, vero, Cathan?» domandò Ravenna, in un tono comprensivo che da lei
non mi sarei mai aspettato e che, come avrei scoperto, affiorava solo in rare occasioni.
«Come puoi pensare che io creda a una cosa del genere?» chiesi, ancora sconcertato,
domandandomi perché tutti i miei amici dovessero essere dei lunatici. «È da duecento anni che nessuno
sente più parlare di loro!»
«E ne sei sorpreso? Nessuno può commerciare con noi, quindi tutti ci ignorano. Questo è
l'Arcipelago, ricordi? Qui il commercio è tutto. Noi abbiamo dimenticato i Tuonetar molto tempo fa,
ma ci teniamo isolati proprio perché è così difficile entrare e uscire da Tehama; inoltre, in questo modo,
il Dominio ci lascia in pace.»
Io non ero però dell'umore adatto per un'altra discussione, ed ero stanco di starmene fermo lì in
piedi a parlare con lei, perché per una giornata avevo già sentito fin troppe cose impossibili, ma al
tempo stesso non riuscivo a troncare la conversazione e a dirle che stavo andando a letto.
«Perché starvene in disparte? Di certo, se entrare e uscire è così difficile, non avete nulla da
temere da parte del Dominio.»
«Non hai imparato proprio nulla nell'arco di quest'ultimo anno, Cathan? Il Dominio non si
arrende mai... o forse credi davvero che continuerebbe a lasciarci in pace, se sapesse che Tehama non si
riduce più a pochi, patetici villaggi?»
«Nel nome degli Elementi, Ravenna, calmati!» esclamai, chiedendomi perché lei mi stesse
costringendo di nuovo a mettermi sulla difensiva. «Ho detto una stupidaggine, scusami!»
Ormai però ne avevo avuto abbastanza, quindi mi volsi e mossi un paio di passi in direzione
della porta, disturbando con il mio passaggio lo strato di polvere che copriva il pavimento.
«Cathan, per favore!» mi richiamò Ravenna. «Non volevo sconvolgerti.»
«E comunque, per quale motivo mi hai voluto dire tutto questo?» ribattei.
Senza attendere una risposta me ne andai, correndo più in fretta che potevo per allontanarmi da
lei lungo il dedalo di corridoi deserti, fino a raggiungere la mia stanza e a chiudermi la porta alle spalle.
Ero furente con Ravenna, per avermi coinvolto in quella discussione assurda, e al tempo stesso
ero infuriato anche con me stesso senza però capirne il motivo. Con mano tremante, mi versai un
bicchiere d'acqua e non tentai neppure di andare a dormire; invece, scesi nella biblioteca, dove prelevai
una delle copie dell'Historia, di Carausius, rileggendone più volte alcune parti nel tentativo di trovare
qualche riferimento che potesse illuminarmi.
Il libro non mi fu di nessuna utilità, e verso le tre mi decisi infine a posarlo e a dissolvere la
fredda, argentea luce d'ombra che avevo usato per leggere, sdraiandomi per cercare di dormire un poco.
Anche allora, non riuscii però a riposare, perché i miei sogni furono incubi in cui venivo
torturato da agenti del Dominio, che avevano tutti il volto di Ravenna, oppure vedevo Palatine cadere
dall'altura e quando la raggiungevo scoprivo che non era più lei, ma il cadavere grigio di Aetius IV,
segnato da terribili ferite.
Quelle immagini orribili non mi diedero tregua, fino a quando qualcuno non mi scrollò fino a
svegliarmi.
Per poco non colpii con un pugno chi mi stava scuotendo, pensando che fosse ancora parte
dell'incubo che mi attanagliava, ma poi mi resi conto di essere sveglio e nel guardarmi intorno constatai
che era ancora buio; subito dopo, vidi Ravenna inginocchiata accanto al mio letto, e mi affrettai ad
assestare il lenzuolo.
«Che altro c'è, adesso?» domandai, ancora intontito dal sonno e sentendomi per l'ennesima volta
in posizione di svantaggio.
«Tuo padre è la sola persona che ci può dare una mano. Lui deve senza dubbio sapere chi sei, e
potrebbe perfino aiutare Palatine. Tu vuoi davvero tornare a casa?»
«Come posso fare?» domandai.
«Ti prometto che ci sarà il modo, e che partire sarà più facile per te che per me.»
«E che mi dici di Palatine? In realtà, è lei quella che deve acconsentire.»
«Potrà venire anche lei. Le ho parlato cinque minuti fa, ed è d'accordo.»
«A quanto pare stanotte ti sei data da fare» replicai. «Oh, va bene, se c'è un modo, sono
disposto ad approfittarne.»
Io non ero certo nella condizione più adatta per decidere, svegliato nel cuore della notte con la
mente ancora piena d'immagini da incubo, ma dopo quello che Palatine aveva detto al risveglio,
desideravo anch'io sapere disperatamente chi ero, e se il visitatore conosceva davvero la risposta... cosa
di cui neppure noi eravamo certi... allora sarebbe valsa la pena di fare il lungo viaggio necessario per
raggiungerlo.
«Bene» annuì Ravenna. «Non fare il nome di Tehama a nessuno, per nessun motivo, tranne che
parlando con Palatine o con me. Perfino gli Arcipelaghiani potrebbero essere pericolosi.»
«Prometto che starò attento» garantii, con voce assonnata.
Lei si alzò in piedi e uscì dalla finestra, la stessa via da cui era entrata, lasciandosi alle spalle un
lieve sentore di profumo.
Al risveglio, quel perdurante profumo fu la sola cosa che mi confermò che non avevo sognato.
Ukmadorian convocò me e Ravenna nel suo ufficio la notte precedente alla partenza della Stella
d'Ombra. La stanza era illuminata da sei o sette candelabri e da una lampada a olio dal sentore
pungente, che proiettava strane ombre sulle pareti; per qualche suo motivo personale, forse perché era
troppo innovativa, Ukmadorian detestava l'illuminazione aetherica.
«Cathan, sono venuto a sapere che domani hai intenzione di partire» esordì, in tono aspro e
senza sorridere.
«Sì, è così» replicai, impassibile in volto.
«Ti sei offerto volontario per essere addestrato come mago, il che fa di te un membro
permanente dell'Ordine dell'Ombra, sottoposto alla mia giurisdizione, e il tuo addestramento non si è
ancora concluso.»
«Attualmente, il mio addestramento consiste in due ore di esercitazioni tutte le notti» ribattei.
«Qui non c'è più nulla che io possa fare.»
«Spetterà al Consiglio deciderlo.»
«Il Consiglio è incapace di qualsiasi decisione» intervenne Ravenna. «I suoi membri non
riescono a mettersi d'accordo neppure su quando riunirsi.»
«Taci, Ravenna!» scattò Ukmadorian. «Sto parlando con Cathan. Lei parve obbedire, e
Ukmadorian tornò a rivolgersi a me.»
«Nove mesi fa, ti avevo avvertito che non saresti potuto tornare a casa con gli altri, e a
quell'epoca tu non hai sollevato obiezioni» osservò.
«Non mi hai avvertito, hai insinuato dei sottintesi, ma io non ho mai avuto intenzione di
rimanere qui più a lungo di chiunque altro. Sono partito da casa convinto di tornare entro tre mesi, e
adesso ne sono lontano già da quindici. Inoltre, qui nell'Arcipelago non c'è nessuno che possa dirmi chi
sono, per cui sono deciso a tornare a casa, per poi andare in cerca di qualcuno in grado di svelarmi la
verità.»
«Non possiamo rischiare di esporti al mondo esterno!»
«Sono perfettamente in grado di badare a me stesso nel mondo esterno» ribattei. «Non penso
certo di rimanere su quest'isola per il resto della mia vita, mentre il Consiglio perde tempo e basta.
Devo vivere la mia vita, che non appartiene a te.»
«La maleducazione non ti farà arrivare da nessuna parte, Cathan» ammonì con freddezza
Ukmadorian, perdendo del tutto ogni traccia della consueta affabilità. «Posso semplicemente proibirti
di partire, e ti garantisco che ho i mezzi per farlo.»
«Lui non è un eremita, Ukmadorian, e non lo sono neppure io» scattò Ravenna. «Tu non hai
nessuna intenzione di permettermi di sfuggire mai alle tue grinfie, neppure per tornare a casa!»
«Tu? Tu hai ancor meno diritti di andartene di quanti ne abbia Cathan. Non puoi mettere in
pericolo in questo modo te stessa e il tuo popolo, Ravenna. Ora ascoltatemi, tutti e due: quest'assurdità
deve cessare immediatamente. I membri del Dominio hanno i mezzi per individuarvi anche in mezzo a
una città, e verrete arrestati nel momento stesso in cui metterete piede in un centro abitato degno di
questo nome.»
«Sciocchezze!» esclamò Ravenna, in tono rovente. «Assurdità degne di te e del tuo dannato
Consiglio. Intessi pure la tua rete di menzogne, e vediamo a quanto ti potrà servire. Un anno e mezzo fa
ho raggiunto la maggiore età, quindi il tuo ruolo di tutore è ufficialmente cessato, e non intendo passare
tutta la vita su quest'isola, tenuta al guinzaglio da te. Partirò con Cathan e Palatine, e forse un giorno
riuscirò addirittura a tornare a casa.»
Adesso Ravenna era pienamente lanciata nella sua filippica, con tanta veemenza che mi parve
di vedere Ukmadorian sussultare; nel parlare, sollevò poi il polso a cui portava il bracciale grigio, che
tremò e s'infranse, come se fosse stato fatto di ghiaccio.
Un momento più tardi, anch'io feci lo stesso, infrangendo il vincolo che ci legava all'Ordine
dell'Ombra con una calma che mi lasciò stupefatto: appena un anno prima, non sarei riuscito a tenere
testa a Ukmadorian, se lui si fosse comportato in quel modo, mentre adesso, sebbene ancora vincolato
dai regolamenti della Cittadella, non avevo nessuna paura di quello che lui avrebbe potuto dire, o fare.
Dentro di me, mi chiesi se quel cambiamento fosse dovuto unicamente a una mia crescita
personale, o se Ravenna avesse avuto qualcosa a che vedere con esso.
Dopo che ebbi infranto il bracciale, i cui pezzi si sparsero sul pavimento, nella stanza scese un
silenzio assoluto, mentre Ukmadorian lasciava scorrere lo sguardo dall'uno all'altra di noi, fermi fianco
a fianco di fronte alla sua scrivania. Per un momento, sul suo volto affiorò un'espressione stupefatta,
ma lui fu pronto a mascherarla, dando al tempo stesso libero sfogo alla sua ira.
«Tutti e due? Vi siete già trasformati in traditori?»
«Se voglio collaborare con Cathan, è una faccenda che riguarda solo me, e che non ti deve
interessare.»
«Siete una vergogna per l'Ordine dell'Ombra!» esclamò Ukmadorian.
Aveva perso, solo che ancora non se ne era reso conto. Dopo quello che aveva detto, infatti, non
aveva più nessuna possibilità di convincerci a rimanere, e se avesse tentato di ricorrere alla forza...
«No» ribattei, con lo stesso tono infervorato di Ravenna. «Noi vogliamo soltanto vivere una vita
vera, invece di starcene seduti su quest'isola a giocare a fare gli eretici» continuai, usando il plurale
senza neppure accorgermene, così infuriato per il modo in cui lui aveva cercato di fermarci che portai
avanti a testa bassa la mia invettiva, proseguendo: «In duecento anni non avete ottenuto nulla,
restandovene imboscati su quest'isola per tenere al sicuro i vostri maghi ed evitare che il Dominio
potesse scoprirli. In questo modo, non potrete mai vincere!»
«Preferiresti bruciare sul rogo?» replicò Ukmadorian. «Sai cosa succede agli eretici che
vengono catturati dal Dominio.»
«Non verremo bruciati sul rogo» intervenne di nuovo Ravenna. «Questo potrebbe succedere
soltanto se non sapessimo come fare a tenerci nascosti, o se usassimo la magia.»
Ukmadorian si mise a sedere, e fissò entrambi con estrema freddezza.
«Se andrete via di qui, lo farete senza la vostra magia, dato che non muoverete piede dall'isola
se non l'avrete prima ceduta interamente.»
«Razza di stolto!» esclamò Ravenna, scoppiando in una risata priva di divertimento. «Pensi
davvero di poter mettere in atto una minaccia del genere? Vorresti prosciugare la magia da Cathan?
Una cosa del genere lo ucciderebbe, ma non potresti mai farlo perché provvederei prima io a uccidere
te, zio!»
Adesso l'ira le ardeva nello sguardo, e quando si mosse colsi intorno a lei il crepitare di un
campo magico.
«Mi stai minacciando, Ravenna? Potrei chiamare l'intero personale della Cittadella per avere
ragione di voi due, cosa che intendo fare subito, a meno che tu chieda scusa e ti sottometta.»
Per tutta risposta, Ravenna attaccò ancora, senza badare alle possibili conseguenze.
«Credi di poterci riuscire?» controbatté. «Là fuori, nel mondo, noi possiamo essere di qualche
utilità alla causa dell'eresia, ma questo contrasta con i tuoi preziosi piani, quindi hai deciso che se non
puoi essere tu a usarci, non dovrà farlo nessun altro. Gli eredi di Carausius sono dunque soltanto un
branco di vecchi meschini? Avari che accumulano quello che hanno e sono troppo timorosi per fare
qualsiasi cosa, tranne giocare a complottare contro il Dominio? Per te fa forse differenza sapere se
Cathan sia imparentato o meno con l'imperatore? Noi abbiamo la nostra vita da vivere, Ukmadorian, e
non intendiamo sprecarla qui, quindi domani partiremo con la Stella d'Ombra, con i nostri poteri intatti,
e tu non cercherai di fermarci.»
Ukmadorian si alzò a mezzo dalla sedia e aprì la bocca come per ribattere, paonazzo in volto
per l'ira e, all'apparenza, sul punto di attaccarci fisicamente.
Poi tutto quel fuoco si spense di colpo, e lui tornò ad accasciarsi sulla sedia, teso in volto e con
un'aria sconfitta che lo faceva apparire più vecchio di dieci anni.
«Andatevene» fu tutto ciò che disse, in tono malevolo.
Noi ci girammo e uscimmo, senza più degnarlo di uno sguardo; nell'oltrepassare la porta,
Ravenna mi passò deliberatamente un braccio intorno alle spalle, ma non potei vedere l'espressione che
questo dovette far apparire sul volto di Ukmadorian.
Richiusa la porta, ci allontanammo lungo il corridoio, ma non appena svoltato l'angolo,
Ravenna mi segnalò di aspettare e tornò indietro di corsa, riapparendo un momento più tardi.
«Non si è mosso» annunciò, con una cerca soddisfazione.
«Come mai è crollato in quel modo?» domandai, avviandomi verso le porte principali.
Fuori, un falò era stato acceso sullo spiazzo erboso che serviva per le esercitazioni, e la festa di
congedo era in pieno svolgimento intorno a esso.
«Ha perso la volontà di opporsi» spiegò Ravenna. «È una cosa che è già successa altre volte, in
passato, e che spiega come mai fossi a bordo della nave che vi ha attaccati. Ukmadorian non voleva
lasciarmi venire, ma alla fine si è arreso.» «Cercherà di fermarci?»
«No» garantì lei, con sicurezza. «Ma se anche dovesse provarci, ci troverà ad aspettarlo.»
«Come reagiranno Chlamas e gli altri?»
«Non protesteranno, se non sarà lui a farlo. Adesso vogliamo andare a goderci la serata? Ho
trascorso quasi due anni su quest'isola, e questa è la mia ultima notte qui.»
«Ho sentito dire che hanno tirato fuori una scorta del vino migliore» replicai.
Lei mi fece fermare nel corridoio e mi guardò con espressione assolutamente seria e del tutto
indecifrabile, la testa leggermente inclinata da un lato.
«Grazie, Cathan» disse poi. «Mi sono comportata in modo orribile con te, e me ne dispiace, ma
una volta che hai capito come funzionava la cosa, mi è parso che ti divertissi a discutere con me.»
Quella frase era l'unica espressione di scuse che avrei mai ottenuto, ma adesso non provavo più
nessun rancore, e d'un tratto mi resi conto che Palatine aveva avuto ragione: in effetti mi ero divertito a
tenere testa a Ravenna nei nostri conflitti verbali, in tutti quei lunghi mesi, e non la odiavo più.
La festa era già in pieno svolgimento, allietata dalla musica di un gruppo di menestrelli
arcipelaghiani assunto per l'occasione su una vicina isola, anch'essa di eretici; lungo il perimetro del
prato erano state fissate torce a tutti gli alberi, numerose lanterne pendevano da pali approntati per
l'occasione e dalle mura della Cittadella, illuminando lo spazio riservato alle danze, un'ampia area a
destra del falò, e il tavolo con i vini disposto sul lato opposto.
Per prima cosa, ci dirigemmo verso il tavolo per servirci da bere, poi andammo a cercare
Palatine.
Trovarla non fu difficile, perché anche alla luce incerta delle torce potevamo vedere la sagoma
enorme di Laeas, dall'altra parte del falò, e di solito dove c'era Laeas c'erano anche Palatine, Mikas e
Ghanthi; stranamente, la maggior parte degli amici di Palatine era di sesso maschile, anche se per lei
noi eravamo tutti sempre e soltanto questo, degli amici.
Gli altri ci videro arrivare e, con mio estremo imbarazzo, esplosero in un applauso... non so per
certo se per celebrare il fatto che eravamo sopravvissuti a Ukmadorian, cosa che peraltro non potevano
ancora sapere, o perché, per una volta, non stavamo litigando.
«Ci siete riusciti?» domandò Palatine, venendoci incontro con un ampio sorriso.
«Partiremo domani» annunciai.
Ghanthi protese il pugno in aria in un gesto di entusiasmo, Laeas sfoggiò il suo folle sorriso e
Mikas levò in alto il bicchiere.
«Un brindisi» esclamò, «a Cathan e a Ravenna!»
Seguì una serie di brindisi, fra le risate e l'allegria generale, e per il momento noi
dimenticammo il Dominio e tutto il resto, concedendoci di pensare solo a divertirci. Palatine pareva
stare benissimo, senza più nulla che lasciasse supporre la sua caduta dall'altura, una settimana prima, o
che ricordasse la sua affermazione di essere la stessa donna che era stata, fino a pochi mesi prima, la
grande speranza di Thetia. Laeas impiegò un'ora per aiutare Ghanthi a trovare il coraggio per chiedere a
una particolare ragazza di ballare con lui, e lui stesso ballò con una quantità di dame pari al numero di
cavalieri che fecero danzare Palatine, un'impresa non indifferente, se si considerava che lei venne
invitata da ogni uomo presente. Al confronto, io mi mostrai assai meno intraprendente,
accontentandomi della gioia che mi derivava dal trascorrere quell'ultima sera in compagnia dei miei
amici, dato che Mikas, Laeas e Persea sarebbero partiti a bordo di una nave diversa dalla nostra, diretta
verso la capitale dell'Arcipelago, nel Qalathar, e poi alla volta di Cambress, per riportare a casa Mikas.
In circostanze normali, sarebbero trascorsi anni prima che ci fosse stato possibile incontrarci
ancora, ammesso che ci fossimo mai rivisti, ma il rifiuto da parte di Palatine di accettare il controllo del
Dominio lasciava presupporre che, con un po' di fortuna, entro un paio d'anni avrei ritrovato la maggior
parte di loro.
Durante la serata, danzai con Persea e con parecchie altre ragazze che conoscevo, come pure
con Ravenna, che era una ballerina molto più brava di me che, nonostante la mia vantata agilità, in quel
campo ero una vera frana. Ravenna era però tanto brava che potei seguire la sua guida e dimenticare la
mia goffaggine, tanto che mi dispiacque quando la danza infine si concluse.
La serata trascorse in una generale atmosfera di fratellanza reciproca; perfino io e Darius, che
pure non eravamo mai andati d'accordo, facemmo un brindisi e ci scambiammo la promessa di
dimenticare ogni astio reciproco. A parte le danze, passai gran parte della sera a parlare con Palatine e
con gli altri, soprattutto delle cose che avevamo fatto nell'ultimo anno...
come quella volta in cui ero entrato dalla finestra sbagliata ed ero finito nello spogliatoio delle
ragazze invece che nel quartier generale del nemico, o quando Mikas aveva scambiato un pezzo di
roccia per Laeas, attaccandolo con la spada da esercitazione, che era andata in frantumi. Laeas non
parve seccarsi di essere paragonato a un pezzo di roccia, e si mostrò ancora più soddisfatto quando vide
finalmente Ghanthi ballare con la ragazza che gli interessava.
Naturalmente, vennero consumate grandi quantità di vino, da tutti tranne che da me, perché
nessuna magia pareva essere in grado di innalzare il mio livello di tolleranza all'alcool. Verso la fine,
Laeas sollevò sopra la testa una delle enormi botti di vino, ormai vuote, e la scagliò sul falò,
mandandola ad atterrare fra le fiamme con una spettacolare pioggia di scintille, fra il ruggito di
approvazione dei presenti.
Purtroppo, però, tutte le cose belle devono finire, prima o poi, e lo stesso accadde anche alla
festa. Più o meno verso le due del mattino, quando ormai anche i più resistenti cominciavano ad
avvertire gli effetti del vino bevuto, i membri dello staff diedero inizio ai fuochi d'artificio: per pochi,
brevi minuti, galassie di scintille multicolori pervasero il cielo fra il fischiare assordante dei petardi, poi
quel tripudio si concluse con il fiorire di una settuplice stella d'argento che per un momento, simile a un
sole argenteo, c'immerse tutti nel suo chiarore.
Poi la sola luce rimasta fu di nuovo quella del falò, e questo segnò la fine delle conversazioni.
Ma non per tutti.
Io ero stato piuttosto incerto su dove trascorrere quell'ultima notte, e non avendo un progetto
definito rimasi assolutamente sorpreso nel vedere Ravenna venire verso di me, che ero intento a parlare
con Palatine, e fermarsi a guardarmi con espressione interrogativa.
Augurata la buona notte a Palatine, a Laeas e quelli degli altri che riuscii a rintracciare, dato che
ormai i novizi si erano sparpagliati per tutta la Cittadella e il resto dell'isola, mi incamminai con
Ravenna lungo il limitare della foresta, parallelamente alla spiaggia. A poco a poco, ci lasciammo alle
spalle la luce del fuoco e il rumore dei festeggiamenti ancora in corso, trovandoci avviluppati dalla
quiete della notte.
Insieme, camminammo in silenzio, e dopo aver oltrepassato il primo promontorio, quello da cui
era precipitata Palatine, scendemmo sulla spiaggia, togliendoci i sandali per camminare scalzi lungo la
linea della risacca.
Intorno a noi regnava adesso una pace assoluta, la notte era splendida, molto simile a quella che
avevo trascorso sulla sabbia, subito dopo che ci erano state mostrate le immagini della Crociata e avevo
dovuto cercare sollievo dagli incubi. Una delle lune era piena, sospesa nel cielo limpido punteggiato di
stelle a illuminare la spiaggia bianca, che creava un netto contrasto con la distesa grigio scuro del mare,
rischiarato a tratti da una fosforescenza azzurrina; l'altra luna, invece, era nella fase crescente e formava
una perfetta mezzaluna, in basso sull'orizzonte, con le sole stelle a farle da sfondo, lontano dalle vivide
luci azzurre e rosse della polvere interstellare che ricopriva gran parte del cielo; in alcune notti, gli
anelli risultavano visibili come una sottile linea argentea che descriveva un arco attraverso il cosmo, ma
stanotte non se ne vedeva traccia, il cielo era tutto per le lune.
Un po' più tardi ci arrestammo, dopo aver attraversato un banco di sabbia, cinto da alberi di
palma, che delimitava una laguna. Lì la risacca era ridotta a piccole onde gentili che venivano a lambire
la spiaggia ricurva, il mare appariva ancora più calmo di quanto lo fosse stato poco prima e l'acqua era
limpidissima, tanto che sotto la luce della luna non avevamo difficoltà a vedere il fondale, solcato da
piccole dune create dal moto delle onde.
«Una volta ti ho detto che nuotare di notte è un'esperienza indimenticabile» commentò
Ravenna. «Lo hai mai fatto?»
«Qualche volta» risposi.
«Da soli non è la stessa cosa.»
«Allora vogliamo fare una nuotata?» proposi, poi mi liberai dei vestiti ed entrai in acqua,
nuotando fino a raggiungere un punto in cui il mare era abbastanza profondo da permettere di
immergersi, provando soltanto un incredibile senso di calma e di serenità.
Più tardi, ci sedemmo sulla sabbia, entrambi riluttanti a turbare il senso di pace e di benessere
che ci avviluppava, e in quel momento mi resi appieno conto del perché quel luogo potesse essere
giustamente paragonato al Paradiso: infatti esso possedeva una qualità rara e preziosa, il fatto che ci
fossero alcuni angoli come quello, dove era possibile trovare la solitudine e un silenzio quasi assoluto,
senza doversi preoccupare dei suoni che preannunciavano l'insorgere di una tempesta continentale.
«Ti avevo promesso che un giorno ti avrei detto perché all'inizio mi sono comportata in quel
modo» affermò d'un tratto Ravenna, in tono sommesso. Nel fare il bagno, era ricorsa a qualche strano
incantesimo dell'Ombra per mantenere asciutti i capelli, che adesso le ricadevano sciolti sulle spalle e
sulla schiena in una massa corposa, incorniciandole il volto sorridente.
«Allora, posso sapere perché lo hai fatto?» domandai, riflettendo che era quasi la prima volta
che la vedevo così, con i capelli liberi e ariosi.
«Ero molto sicura di me stessa, fino a quando non ti ho incontrato per la prima volta. Per
qualche motivo che non sono riuscita a capire, anche solo pensare a te mi turbava, e all'inizio ho
creduto che fosse dovuto al fatto che non mi fidavo di te e ritenevo che fossi dalla parte del Dominio;
anche la seconda volta ero ancora incerta, ed è stato per questo che ho continuato ad attaccarti. Non ne
capivo neppure io il perché, che mi è risultato chiaro soltanto la notte dell'esercitazione e del test
magico. Non ti ho fatto troppo male, vero?»
«Io so che avevo paura di te» replicai. «Ti comportavi come se ti fossi trovata su un piano
esistenziale più elevato rispetto al mio, e quell'idea mi si è radicata nella mente, senza peraltro che
riuscissi a comprendere il motivo per cui continuavi a insultarmi.»
«Quindi ci siamo messi in tensione a vicenda in pari misura» rise Ravenna. «Oh, bene, se non
altro non è stato solo uno di noi a immaginare che l'altro avesse inesistenti problemi nei suoi
confronti.»
Seguì un'altra pausa di silenzio, durante la quale una brezza leggera mi sfiorò la pelle,
strappandomi un lieve brivido, per poi svanire subito, senza quasi smuovere le foglie della giungla.
Possibile che in quell'isola ci fosse davvero qualcosa di magico? Oppure adesso di notte mi sentivo più
tranquillo soltanto perché ero diventato un mago dell'Ombra?
«Non rimpiango la nostra impazienza nel voler lasciare quest'isola» continuò infine Ravenna,
«però ci sono alcune cose che mi mancheranno. Queste spiagge, le nuotate, la libertà di andare ovunque
sull'isola senza dovermi preoccupare delle tempeste o dei barbari. Una volta che ce ne saremo andati,
non troveremo da nessun'altra parte un luogo pacifico come questo. Suppongo che Tehama lo sia
altrettanto, ma là il cielo è sempre nuvoloso, una sorta di cortina che grava costantemente su tutto.»
«Io sentirò la mancanza dell'impressione di spazio» replicai in tono sognante. «Qui c'è l'oceano
su tutti i lati, e da qualsiasi parte si guardi è possibile vedere il cielo aperto, perfino oltre la montagna.»
«Credi che riusciremo mai a trovare da qualche parte un altro luogo come questo?» domandò
Ravenna, in tono malinconico. «Che proveremo ancora questa serenità? Una volta lasciato
l'Arcipelago, saremo di nuovo nel mondo esterno, con il pericolo costante di essere scoperti, e per
chissà quanti anni a venire non potremo più far ritorno qui, per timore che Ukmadorian non ci lasci
ripartire.»
«Quest'isola mi mancherà» affermai con rammarico, «ma troppa pace può risultare noiosa.»
«Troppa pace non può mai essere noiosa. Un tempo, l'Arcipelago era il Paradiso, all'epoca in
cui vi regnava ancora la pace. La guerra è una cosa che dovremmo sempre odiare» dichiarò Ravenna,
chiudendo gli occhi,
«anche se immagino che serva a sua volta a qualche scopo.»
«Proprio tu affermi di non volere conflitti?»
«I conflitti non sono una guerra» ribatté, riaprendo gli occhi. «Comunque, promettiamo che un
giorno torneremo nell'Arcipelago, magari quando sarà tutto finito. Una promessa non può fare nessun
danno.»
«Lo prometto» annuii. «Vorrei un giorno potermi sedere in questo modo sulle spiagge di Thetia,
la Thetia di un tempo. Perché il Dominio deve distruggere tutto quello che tocca?»
«È stato fondato sul tradimento e sopravvive mediante il tradimento. Ricorda però quello che
abbiamo imparato, Cathan: i Tuonetar hanno tentato di distruggere questo mondo, sono venuti
protendendo la mano in segno di pace per poi spargere sangue. Hanno ucciso milioni di persone, ma
non hanno vinto, perché noi siamo ancora qui, il mondo è ancora qui. Il Dominio è soltanto un'ombra
dei Tuonetar, e alla fine non potrà vincere.»
«Attualmente, confesso che mi piacerebbe di più sapere chi sono davvero.»
«Sai, è strano. In questi giorni, tu hai trovato il primo, vero indizio sulla tua identità, mentre a
me è stato rammentato chi sono, quando non c'è nulla che mi farebbe più piacere dimenticare.»
Io ero troppo incantato dalla notte per dire qualcosa, ma una parte di me si chiese perché
Ravenna avesse sempre tutte le risposte, e perché io continuassi sempre a seguirla.
Andammo avanti a parlare ancora per qualche tempo, e per la prima volta non trovammo nulla
su cui litigare. Fu circa un'ora più tardi che alla fine scivolammo nel silenzio, più per stanchezza che
per mancanza di argomenti, finendo per sdraiarci uno vicino all'altra nella parte alta della spiaggia, al
riparo di alcune rocce che l'indomani mattina ci avrebbero protetti dal sole; dentro di me, ero
consapevole che questo era tutto quello che Ravenna si aspettava e desiderava, ma ancora non ero certo
di essere riuscito a capirla a fondo.
«Lassù ci devono essere molte più cose di quelle che ci sono su questo mondo» mormorò lei, in
tono sognante, contemplando il cielo. «Cose che vanno al di là del Dominio e delle nostre
preoccupazioni, forse alcune risposte...»
«Risposte a cosa?»
«Le domande sono così tante, e ogni domanda deve avere una risposta, altrimenti che fine
faremmo?»
Mentre contemplavo a mia volta il cielo, sentii gli occhi che cominciavano a chiudermisi, tanto
che per poco non mi sfuggì quel minuscolo, ammiccante punto di luce che si stava muovendo più in
fretta di qualsiasi stella.
«Cosa credi che sia, quello?» domandai, mostrando a Ravenna ciò che stavo guardando.
«Una parte della storia? O magari il futuro? Chi può saperlo?» replicò lei, cambiando
leggermente posizione.
Per un po', io continuai a seguire quello strano punto di luce che solcava il cielo, poi smisi di
pormi domande sulla sua natura e mi addormentai a mia volta, con la testa di Ravenna sulla mia spalla.
...
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...
FINE Parte 2.